Il capo del Pentagono sotto torchio al Congresso: 25 miliardi per la guerra all’Iran e scorte militari a rischio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’audizione, che si è svolta mercoledì dinanzi alla commissione Forze armate della Camera, ha rappresentato la prima vera resa dei conti sul campo per l’amministrazione Trump, ormai insediata da oltre un anno, dopo l’inizio delle ostilità contro Teheran. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, è stato letteralmente messo sotto torchio per quasi sei ore, in un clima di tensione palpabile che ha visto i membri del Congresso, in particolare quelli del fronte democratico, incalzare il capo del Pentagono sui costi, le motivazioni e la sostenibilità logistica di un conflitto che non accenna a risolversi. Nel corso del rovente dibattito, Hegseth ha dichiarato al deputato Adam Smith che gli impianti nucleari iraniani erano stati sostanzialmente “distrutti” durante gli attacchi preventivi statunitensi del 2025; una dichiarazione, quest’ultima, che ha immediatamente spinto Smith a mettere in discussione le reali motivazioni alla base della nuova escalation bellica, avvenuta meno di un anno dopo, chiedendosi se l’amministrazione avesse addirittura bisogno di una nuova minaccia imminente per giustificare l’intervento.

Un conto salato e (finalmente) ufficiale

Per la prima volta dall’inizio dell’operazione, il Pentagono ha fornito una stima ufficiale del peso economico del conflitto, rivelando che finora sono stati spesi circa 25 miliardi di dollari. La cifra, emersa proprio durante l’audizione, è stata resa nota dal controllore del Pentagono, e – sebbene rappresenti una somma considerevole – sembra indicare un rallentamento della spesa rispetto ai primi giorni di guerra, quando si stimava un costo di oltre 11 miliardi in meno di una settimana. Ma a preoccupare gli analisti, più del costo immediato, è l’impatto strutturale sulle scorte militari. Secondo recenti analisi indipendenti condotte da centri di ricerca di riconosciuto prestigio, come il Royal United Services Institute (Rusi) e il Center for Strategic and International Studies (Csis), la guerra contro l’Iran sta intaccando in maniera pericolosa le riserve strategiche degli Stati Uniti; il Csis ha calcolato, nello specifico, che l’arsenale di missili a guida di precisione è stato consumato almeno per il 45%, una voragine che riguarda anche le riserve di intercettori per i sistemi Thaad e Patriot, dimezzate rispetto ai livelli pre-bellici.

La strategia dell’assedio e i rischi di un pantano

Mentre Hegseth si difendeva dalle critiche – arrivando persino ad attaccare i legislatori scettici definendoli “avversari” – la Casa Bianca sembra aver virato verso una strategia diversa, più economica ma non meno rischiosa. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, il presidente Trump ha scelto di evitare per ora una ripresa massiccia dei bombardamenti o un ritiro unilaterale, optando invece per un prolungato blocco navale dei porti iraniani. L’obiettivo di questo “assedio”, nel calcolo americano, è quello di strangolare l’economia di Teheran per costringere il regime a cedere sul programma nucleare: le richieste di Washington, in questo scenario, prevederebbero una sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con ulteriori limiti da imporre anche dopo la scadenza di questo termine. Tuttavia, diversi analisti presenti al briefing hanno fatto notare come questa tattica prescinda dall’effettiva capacità degli Stati Uniti di sostenere un’altra guerra su larga scala, vista la voragine apertasi negli stock di munizioni critiche: dai missili da crociera Tomahawk (consumo al 30%) fino agli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis, le cui scorte sono scese di un quinto.

Numeri e logistica: il vero fronte della guerra

Al di là della retorica politica che ha infiammato l’aula della Camera, l’elemento più significativo emerso dall’interrogatorio rimane quello logistico. Il Pentagono ha dovuto ammettere che, pur avendo inflitto danni significativi alle capacità militari iraniane, il costo in termini di materiali è stato altissimo; il 50% delle riserve di intercettori per i sistemi di difesa aerea, ad esempio, è stato bruciato in soli due mesi di scontri. Questa emorragia di risorse solleva interrogativi sulla capacità di deterrenza americana in altre aree calde del globo, un tema che Hegseth ha cercato di liquidare ribadendo il successo della missione, ma che i membri della commissione – inclusi alcuni repubblicani – hanno preferito non ignorare del tutto. Con il conflitto che è già costato decine di miliardi e le scorte che si assottigliano di giorno in giorno, la partita tra Washington e Teheran sembra essersi spostata dall’immediatezza dei bombardamenti alla resistenza di lungo periodo, dove a fare la differenza non saranno solo i jet, ma la resilienza delle catene di approvvigionamento americane.

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