L’usura della guerra d’attrito: oltre 400 missili lanciati, lo scudo missilistico israeliano sotto stress

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da quando, alla fine di febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno intensificato le operazioni militari congiunte, l’Iran ha scagliato verso il territorio israeliano più di quattrocento missili balistici. È il dato, impressionante nella sua freddezza aritmetica, riferito oggi da un portavoce dell’esercito israeliano (Idf), che ha rivendicato un tasso di intercettazione del novantadue per cento di quei proiettili. Una percentuale che, se da un lato certifica l’efficacia tecnica dello scudo antimissile multilivello – quello composto dai sistemi Arrow, David’s Sling e, per le minacce a minor raggio, dal celebre Iron Dome – dall’altro comincia a sollevare interrogativi sempre più pressanti sulla sostenibilità logistica di una simile equazione difensiva.

Israele, in fondo, vive da sempre in una dimensione surreale fatta di sirene e bunker; eppure, c’è un’immagine che circola in queste ore e che sintetizza meglio di qualsiasi rapporto militare lo stato d’animo di un paese abituato alla guerra ma messo a dura prova dalla sua inedita durata. È il video proveniente da una casa a Dimona, nel Negev: una donna sul divano che non si alza nemmeno quando l’allarme perfora il silenzio del soggiorno. L’onda d’urto, poi, solleva polvere e fa tremare le finestre. Lei, dopo qualche istante di smarrimento, torna a sedersi. Una scena che racconta di una resilienza quasi meccanica, ma che fa da contraltare a una realtà strategica ben più complessa: quella di una guerra che non si vince solo colpendo il nemico, ma riuscendo a resistere ai suoi colpi senza consumare fino all’ultimo pezzo di ricambio del proprio arsenale.

Il problema, infatti, non è soltanto la quantità di missili che piovono dal cielo – più di quattrocento dall’inizio delle ostilità – ma il ritmo a cui vengono consumati gli intercettori necessari per abbatterli. Fonti citate da Semafor hanno riferito di un avvertimento riservato che lo Stato ebraico avrebbe trasmesso a Washington: le scorte di intercettori contro i missili balistici, quelle più sofisticate e costose, si starebbero riducendo in modo preoccupante. Una comunicazione che, sebbene ufficialmente smentita da fonti governative israeliane – le quali hanno parlato di “fake” probabilmente seminato dall’Iran – rivela comunque il nervo scoperto di questa fase del conflitto.

La domanda strategica che domina le analisi, quella che chiede se finiranno prima i missili iraniani o gli intercettori per abbatterli, non è nuova. Risale agli anni della Guerra del Golfo. Oggi, però, dopo tre settimane di combattimenti ininterrotti, torna a imporsi con una forza maggiore. Secondo stime pubblicate nei giorni scorsi, l’Iran starebbe producendo circa un centinaio di missili balistici al mese, sfruttando un arsenale che, prima dell’inizio della guerra, veniva stimato tra le duemila e le seimila unità. Di fronte a questa capacità industriale, i Pasdaran hanno recentemente intensificato gli attacchi, utilizzando anche le armi più moderne, come i missili a grappolo che risultano particolarmente difficili da neutralizzare perché si frammentano in decine di sottomunizioni a mezz’aria, saturando le difese.

Sabato scorso, in due episodi distinti, queste armi hanno superato la barriera protettiva, colpendo le città di Dimona e Arad, causando oltre un centinaio di feriti e ingenti danni a edifici residenziali. Un ex comandante della difesa aerea israeliana, il generale Ran Kochav, ha ammesso che, sebbene la zona di Dimona sia protetta da uno dei sistemi più sofisticati al mondo (proprio a causa della presenza del vicino impianto nucleare di Negev), si è verificato un “vuoto operativo”. La spiegazione, in parte, risiede nella logica dell’amministrazione delle risorse: gli intercettori Arrow 3, quelli progettati per distruggere i missili balistici al di fuori dell’atmosfera, hanno un costo esorbitante e tempi di produzione lunghi. In alcune circostanze, come riferito dalla stampa israeliana sotto regime di censura militare, si è scelto di non utilizzarli per intercettare proiettili il cui impatto era calcolato in aree meno critiche, nella consapevolezza che le scorte non sono infinite e che bisogna conservarle per le minacce più gravi.

Non si tratta solo di un problema di costi, ma di capacità industriale. Analisti e fonti militari sottolineano che, in alcune categorie di armamenti, Israele e gli Stati Uniti avrebbero bruciato in pochi giorni l’equivalente di due anni di capacità produttiva globale. La guerra, ormai entrata nella terza settimana, sta logorando non solo le infrastrutture e gli obiettivi militari sul terreno, ma proprio la spina dorsale del sistema difensivo israeliano. Un’evidente contraddizione emerge tra le rassicurazioni pubbliche – con ufficiali israeliani che parlano di una preparazione per “almeno tre settimane ancora di operazioni” e di scorte adeguate – e i segnali provenienti dal fronte diplomatico, dove i vertici del ministero della Difesa si sono recati urgentemente a Washington per chiedere rifornimenti supplementari.

Il peso economico di una difesa senza fine

A complicare ulteriormente il quadro c’è la dimensione economica di questo braccio di ferro. Ogni intercettore lanciato rappresenta un costo che può variare dalle decine di migliaia di dollari per i Tamir dell’Iron Dome fino ai tre milioni di dollari per un Arrow 3. Al contrario, molti dei missili balistici che l’Iran utilizza per saturare le difese sono a propellente liquido, meno costosi e più veloci da produrre in serie. Questa asimmetria finanziaria rischia di trasformarsi in un’arma strategica: costringere Israele a spendere molto per difendersi, mentre l’avversario può permettersi di continuare a lanciare proiettili a un costo relativamente contenuto. Inoltre, la produzione di intercettori dipende da catene di approvvigionamento globali di minerali critici e componenti elettronici, una vulnerabilità che in caso di conflitto prolungato potrebbe rivelarsi letale per la capacità di tenuta dell’Occidente.

La saturazione come tattica: il cambio di dottrina iraniano

Non è un caso, secondo gli analisti, se il comando militare iraniano abbia modificato la propria dottrina d’impiego rispetto allo scorso anno. Allora, durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”, si puntò su salve massicce. Ora si opta per un lancio più costante di razzi a propellente liquido, meno costosi, con l’obiettivo dichiarato di mettere sotto pressione le scorte di intercettori. Una tattica che mira a erodere lentamente ma inesorabilmente lo scudo, riservando i missili a propellente solido, più potenti e distruttivi, per i momenti cruciali. Il risultato è che, sebbene i tassi di intercettazione dichiarati restino alti – spesso intorno al 90% – la quantità di proiettili che riescono a passare aumenta in termini assoluti, come dimostrato dagli eventi di sabato scorso a Dimona, dove l’impatto ha causato danni significativi nonostante la vicinanza a una zona ad altissima sicurezza.

Per Israele, la sfida è quindi duplice: colpire le rampe di lancio e le infrastrutture missilistiche iraniane nel tentativo di “asciugare” la minaccia alla fonte, un’operazione che l’esercito definisce “caccia al missile” e che ha portato alla distruzione di centinaia di lanciatori mobili -8; e al contempo, gestire con oculatezza le proprie risorse difensive, consapevole che, come ammesso da alti funzionari, non esiste una soluzione a tenuta stagna di fronte a una salva di migliaia di razzi. Lo scudo, insomma, resiste. Ma il logorio, fatto di numeri, di costi e di scelte difficili, sta mettendo a nudo la sua più grande vulnerabilità: la sua stessa insostenibilità nel lungo periodo.

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