Israele sotto tiro: lo scudo antimissile consumato dalla guerra d’attrito con l’Iran
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Redazione Esteri
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Il soggiorno di una casa a Dimona, nel sud di Israele, racconta per pochi secondi una realtà che qui è diventata routine: una donna sul divano, lo schermo della televisione acceso, le sirene che ululano senza che lei si alzi per scendere nel bunker. Poi l’onda d’urto – quella di un missile o forse di un drone – che squarcia il silenzio, solleva una nuvola di polvere fine, stacca pezzi d’intonaco e fa tremare le imposte. Lei, con una lentezza che appare surreale, si alza, osserva i danni, si guarda intorno. E torna a sedersi. È una scena che dura l’attimo di un’intera vita, o forse solo quello di una guerra che dopo il 7 ottobre ha cambiato passo, entrando in una dimensione in cui la difesa passiva – i rifugi, le norme di comportamento – convive con un’evidenza più inquietante: lo scudo che protegge il paese si sta assottigliando.
L’allarme sulle scorte e la logica della saturazione
Il problema non è più solo colpire il nemico, ma continuare a difendersi. Fonti statunitensi, citate da Semafor, hanno riferito che Israele ha avvertito Washington di una riduzione preoccupante delle scorte di intercettori contro i missili balistici, quelli che arrivano dall’Iran e che rappresentano la minaccia più difficile da neutralizzare. Un segnale strategico, questo, che arriva mentre il conflitto entra nella quarta settimana e logora non solo infrastrutture e obiettivi militari ma anche la capacità di proteggere il territorio. I pasdaran, in questi ultimi giorni, hanno intensificato gli attacchi mettendo in campo le armi più moderne e potenti, adottando una tattica di saturazione che punta a costringere Israele a consumare rapidamente le sue risorse difensive. La domanda che da sempre domina le analisi sulla Guerra del Golfo torna con forza: finiranno prima i missili iraniani o gli intercettori per abbatterli?
La sfida delle bombe a grappolo: quando l’intercettazione non basta
La risposta non è scontata, soprattutto perché Teheran ha modificato la natura stessa dei vettori. Oltre la metà dei missili lanciati dall’Iran nelle fasi recenti del conflitto sono equipaggiati con testate a grappolo. Si tratta di un’arma subdola, perché mentre il missile è in fase di discesa la testata si apre rilasciando decine di ordigni più piccoli – fino a 24 submunizioni – che possono disperdersi in un raggio di diversi chilometri. Il sistema Arrow, progettato per intercettare il missile balistico nello spazio, diventa inefficace se la frammentazione avviene prima dell’intercettazione: una volta che le bomblets sono rilasciate nell’atmosfera, non esiste un sistema pensato per neutralizzarle una a una. Lo dimostrano i fatti di cronaca più recenti: la coppia di anziani uccisa nel proprio appartamento a Ramat Gan, le case sventrate attorno al mercato di Tel Aviv, i crateri sulla tangenziale e tra i viali alberati della città. In ognuno di questi casi, il sistema difensivo israeliano non ha potuto fare molto contro i missili che spargono morte in modo capillare. I funzionari militari spiegano che, per evitare il disastro, questi vettori andrebbero intercettati “il più in alto possibile”, idealmente sopra l’atmosfera, ma la finestra d’azione è strettissima e il margine di errore, inesistente.
La guerra dei numeri e l’incognita dei rifornimenti americani
Sullo sfondo, resta la questione della produzione e delle scorte. Secondo fonti militari, i sistemi israeliani – dal Domo di Ferro alla Fionda di Davide, fino all’Arrow 3 – hanno mostrato un tasso di successo elevato, intercettando la maggior parte dei vettori. Ma ogni singolo intercettore ha un costo sproporzionato rispetto ai missili e ai droni che l’Iran continua a lanciare, spesso in salve coordinate che includono anche i droni Shahed, più lenti ma utili per congestionare lo spazio aereo e distrarre le difese. Gli Stati Uniti, che hanno fornito un supporto decisivo schierando batterie Thaad e cacciatorpediniere Aegis, hanno visto ridursi anche le proprie scorte di munizioni critiche, tanto che il presidente Trump ha chiesto ai principali contractor della difesa di accelerare la produzione. Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha negato ufficialmente che vi sia una carenza imminente, ma le valutazioni degli analisti suggeriscono che il vero problema non sia tanto l’intercettazione immediata quanto la capacità di sostenere questo ritmo nei prossimi giorni. Ogni missile balistico che supera le difese, o che si frammenta prima di essere colpito, rappresenta un cedimento nel sistema a strati che finora aveva garantito a Israele una protezione quasi totale. E mentre i raid iraniani continuano a martellare centri abitati come Arad e Dimona – con decine di feriti causati da un singolo ordigno che ha superato lo scudo – il fronte interno israeliano impara a convivere con un’evidenza nuova: la guerra non si vince solo con l’attacco, ma anche con la capacità di resistere all’usura, di ricostituire le scorte, di intercettare il nemico prima che le sue bombe a grappolo si aprano nel cielo delle città.




