Missili su Arad e Dimona, lo scudo antimissile cede: oltre duecento feriti nel sud di Israele
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Redazione Esteri
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L’incursione aerea, o meglio l’impatto devastante di testate balistiche, ha trasformato sabato sera il deserto del Negev in un fronte di guerra urbana. A colpire non è stata una raffica generica, ma un missile da mezza tonnellata che, eludendo le difese israeliane, si è abbattuto su un quartiere popoloso di Arad. Il bilancio, se così si può definire visto il contesto di terrore, conta centoquindici feriti nella sola cittadina affacciata sul Mar Morto – settanta dei quali, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero bambini – a cui si aggiungono altre sessanta vittime accertate a Dimona, dove un secondo ordigno ha provocato il crollo di un edificio. Di fronte ai calcinacci di un palazzo sgretolato, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato di “miracolo”, riferendosi all’assenza di vittime, una definizione che nella sua drammaticità sottolinea la portata della falla nei sistemi di sicurezza.
Una difesa bucata nel cuore del Negev
Se c’è un effetto evidente nell’escalation scatenata contro l’Iran, è aver demitizzato quello scudo antimissile ritenuto fino a ieri quasi invalicabile. L’ammissione, seppur implicita nei fatti, è arrivata dallo stesso apparato militare israeliano, che ha confermato l’impossibilità di intercettare i proiettili in arrivo. I portavoce militari hanno parlato di “guasto operativo”, sottolineando che i sistemi di difesa, inclusi i sofisticati vettori Arrow, non sono riusciti a neutralizzare i bersagli in tempo, una crepa che ha permesso ai missili di centrare in pieno zone residenziali densamente popolate. A Dimona, dove sorge il centro di ricerca nucleare – un complesso la cui sicurezza è considerata prioritaria – l’impatto ha sollevato inevitabilmente interrogativi sulla vulnerabilità delle infrastrutture strategiche, sebbene le autorità abbiano escluso rischi immediati di contaminazione.
Due città, un unico fronte di paura
Arad, cittadina dal tessuto sociale composito che ospita ultraortodossi ashkenaziti, arabi beduini e immigrati russi, ha pagato il prezzo più alto in termini di numero di feriti. Le cronache dei soccorritori parlano di “danni enormi, confusione, paura e scie di sangue”, un racconto che restituisce la violenza inaudita con cui l’attacco si è abbattuto sulla popolazione. Le immagini diffuse mostrano ambulanze che si muovono tra cumuli di cemento armato e vetri infranti, mentre i medici dell’ospedale Soroka sono stati costretti a dichiarare lo stato di emergenza per far fronte a un flusso massiccio di pazienti. Poco prima, sempre nel Sud, un altro ordigno aveva già squarciato il silenzio di Dimona, ferendo decine di persone che ora, come ha riferito un residente, temono persino di uscire di casa per il terrore di un nuovo attacco.
Tra inchieste militari e nuovi scenari di conflitto
L’attenzione, nelle ore immediatamente successive, si è spostata sulle ragioni di un simile cedimento tecnologico. L’esercito ha aperto un’inchiesta interna per chiarire perché i sistemi di intercettazione non abbiano funzionato, esaminando la possibilità che i missili balistici iraniani abbiano impiegato traiettorie anomale o tecnologie evasive già sperimentate in passato ma ritenute sotto controllo. La visita di Netanyahu ad Arad e Dimona ha avuto il sapore di una verifica sul campo: il premier, dopo aver definito la situazione come un “battaglia per il nostro futuro”, ha ascoltato i racconti dei residenti, molti dei quali hanno avuto solo il tempo di precipitarsi nei rifugi prima che le loro case venissero polverizzate. In questo scenario di guerra dichiarata, il fallimento della difesa aerea rappresenta uno spartiacque, dimostrando che nessuna area – nemmeno quella protetta dalla presenza di impianti nucleari – è esente dalla portata dei nuovi missili a lungo raggio. Nel frattempo, gli sviluppi diplomatici seguono un ritmo serrato: dal fronte politico internazionale arrivano ultimatum tesi a scongiurare un’ulteriore espansione del conflitto, mentre sul territorio israeliano la popolazione resta in attesa, con il fiato sospeso, di nuove direttive da parte del Comando del Fronte Interno.




