Arad, il missile iraniano da 450 chili che ha forato lo scudo israeliano
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Redazione Esteri
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Il missile è arrivato senza che i sistemi d’intercettazione riuscissero a fermarlo, e la città di Arad, nel sud di Israele, ne ha subito la violenza nella forma più concreta: case ridotte a cumuli di macerie e decine di feriti, alcuni dei quali bambini, trasportati d’urgenza negli ospedali. Le forze armate israeliane, le Idf, hanno confermato che il proiettile, di fabbricazione iraniana, era equipaggiato con una testata esplosiva del peso di 450 chilogrammi. Due, hanno precisato i militari, i tentativi di intercettazione andati a vuoto prima che l’ordigno si schiantasse in un’area residenziale.
Un attacco che mette in discussione la barriera difensiva
Il fallimento dell’Iron Dome – lo scudo antimissile che per anni ha rappresentato il baluardo tecnologico della strategia di sicurezza israeliana – segna uno spartiacque nelle dinamiche del conflitto. Non è solo Arad a essere stata colpita: anche Dimona, città che ospita un impianto nucleare di rilevanza strategica, è finita sotto il fuoco iraniano. Il quadro che ne emerge, stando ai dati diffusi dal servizio di emergenza sanitaria Magen David Adom, parla di almeno 59 feriti trasportati in ospedale, sei dei quali in condizioni giudicate gravi. Il numero complessivo dei feriti, secondo aggiornamenti successivi, avrebbe superato il centinaio.
La rappresaglia per Natanz e l’allarme sulle capacità di Teheran
L’attacco non è stato né improvviso né occasionale. Le Idf hanno inquadrato l’operazione come la risposta diretta di Teheran ai raid compiuti da Stati Uniti e Israele contro l’impianto nucleare iraniano di Natanz, un sito chiave per il programma di arricchimento. E in questa dinamica di ritorsione reciproca, l’elemento dirompente è rappresentato dalla portata balistica dei missili utilizzati: secondo le valutazioni delle stesse forze armate israeliane, Teheran ha dimostrato di poter superare non solo le difese locali, ma anche di poter estendere la propria minaccia fino al cuore dell’Europa, abbattendo quel limite dei duemila chilometri che per anni aveva circoscritto la percezione della minaccia.
I riflessi sulla scena politica e la posizione di Washington
Mentre i soccorsi si concentravano sui feriti più gravi – alcuni dei quali bambini in condizioni critiche – e le autorità israeliane disponevano la chiusura delle scuole su tutto il territorio nazionale, a Washington prendeva forma un possibile ripensamento strategico. Donald Trump, riconfermato alla presidenza degli Stati Uniti, avrebbe iniziato a valutare un disimpegno progressivo dal conflitto, un’eventualità che lascerebbe Israele e Iran ancora più esposti a una fase di scontro diretto. La giornata, segnata dai colpi più duri inferti da Teheran dall’inizio dell’escalation, ha di fatto aperto una nuova dimensione del conflitto: quella in cui le difese aeree, fino a ieri considerate invalicabili, non hanno più retto.




