Israele, il “miracolo” di Arad e lo scudo antimissile bucato: Netanyahu visita i feriti
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Redazione Esteri
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GERUSALEMME – «È un miracolo che non sia morto nessuno», ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu davanti ai calcinacci di un palazzo sgretolato ad Arad, alle porte del deserto del Negev, dopo che la città era stata raggiunta da missili balistici lanciati dall’Iran. Se c’è un effetto evidente, nella guerra che da settimane oppone Israele e Stati Uniti alla Repubblica islamica, è aver demitizzato lo scudo antimissile che protegge il Paese: i sistemi di difesa aerea, sì, intercettano la stragrande maggioranza dei proiettili, ma l’attacco di sabato notte ha dimostrato che esistono dei punti di saturazione, dei limiti oltre i quali la tecnologia non riesce a garantire la sicurezza assoluta. L’Idf ha infatti confermato di non essere riuscita a intercettare due dei missili lanciati, quelli che hanno causato ingenti danni materiali e circa duecento feriti nel sud di Israele, trasformando il quartiere colpito in un cumulo di macerie. Netanyahu, circondato dai responsabili della sicurezza, ha parlato di fronte alle finestre divelte e ai balconi crollati: “L’intero Paese è al fronte”, un’affermazione che sottolinea come la retroguardia sia ormai diventata essa stessa una linea di fuoco, con i razzi che non colpiscono più solo obiettivi militari ma zone residenziali.
La strategia iraniana: colpire il cuore simbolico dell’Occidente
La scelta dei bersagli, in questa fase del conflitto, rivela una precisa strategia da parte di Teheran. Gli attacchi missilistici non si limitano a una logica puramente militare: mirano a Gerusalemme, sacra alle tre grandi religioni monoteistiche, e hanno preso di mira la Città Vecchia, centro storico, religioso e identitario per eccellenza. L’obiettivo, come hanno osservato gli analisti, è colpire il cuore simbolico dell’Occidente, colpire i luoghi che rappresentano la stratificazione culturale e spirituale della regione, cercando di ottenere un impatto psicologico che vada oltre il danno fisico. Netanyahu stesso ha sottolineato come i razzi siano passati pericolosamente vicini al Muro del Pianto, alla Chiesa del Santo Sepolcro e alla Spianata delle Moschee: luoghi la cui integrità, secondo il premier, è rimasta intatta solo per una combinazione di precisione mancata e fortuna. Questa dimensione simbolica del conflitto trasforma ogni lancio di razzi non solo in un atto bellico, ma in un tentativo di erodere la sovranità e la sacralità del territorio israeliano, spostando l’asse dello scontro sul terreno dell’identità e della fede.
Difese bucate e l’ultimatum di Trump sullo Stretto di Hormuz
La conferma che lo scudo difensivo non sia invalicabile è arrivata anche dalle parole ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane, le quali hanno ammesso l’esistenza di criticità nell’intercettazione dei nuovi vettori balistici, causando un’ondata di esplosioni che hanno scosso non solo il sud, ma anche il centro del Paese. Mentre i soccorritori scavavano tra le macerie di Arad per mettere in salvo i superstiti, il quadro internazionale si faceva sempre più complesso. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha infatti lanciato un diktat chiaro al regime di Teheran: “Riaprite lo Stretto di Hormuz entro quarantotto ore, o vi ridurremo al buio”, minacciando di colpire e “obliterare” le centrali elettriche iraniane, a partire dalle più grandi. Un avvertimento, questo, che arriva mentre le ripercussioni economiche del conflitto iniziano a farsi sentire sui mercati globali, con il prezzo del petrolio in costante aumento a causa delle interruzioni dei rifornimenti nel Golfo.
Ritorsioni annunciate e gli sviluppi militari su più fronti
La risposta iraniana all’ultimatum non si è fatta attendere. Il comando centrale dei Pasdaran ha avvertito che, in caso di attacco agli impianti energetici, l’Iran colpirà a sua volta le infrastrutture elettriche di Israele e le basi statunitensi nella regione, aggiungendo agli obiettivi anche gli impianti di desalinizzazione, fondamentali per la sopravvivenza nei paesi del Golfo. Un’escalation che rischia di allargare ulteriormente il conflitto, trascinando in una spirale di ritorsioni l’intera area. Sul fronte militare, l’Idf ha proseguito con un’ondata di attacchi aerei “su vasta scala” definita contro le infrastrutture del “regime del terrore” a Teheran, mentre i media iraniani parlavano di vittime civili anche a Khorramabad e Tabriz, dove sarebbero stati colpiti complessivamente decine di migliaia di siti, con alcuni quartieri residenziali completamente rasi al suolo. La guerra, insomma, procede su un doppio binario fatto di minacce economiche e attacchi diretti, con Netanyahu che ha ribadito la volontà di continuare le operazioni finché gli obiettivi bellici non saranno raggiunti, mentre il numero dei feriti – quasi duecento solo nell’ultimo attacco – cresce di ora in ora.




