Israele accelera la corsa al riarmo: bilancio da record, scudo antimissile sul mare e la nuova fase del conflitto con l’Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il peso della difesa, per Israele, non è soltanto una voce di spesa, ma la struttura portante dell’intera architettura statale, e i numeri approvati per il 2026 lo confermano con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Dopo settimane di trattative serrate, il ministro della Difesa Israel Katz e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich hanno trovato un'intesa che fissa il bilancio militare a 112 miliardi di shekel, l'equivalente di circa 34,6 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta un compromesso tra le richieste iniziali dello Stato Maggiore, che spingeva per una dotazione ben più Corposa, e la necessità di non collassare sotto il peso di un debito pubblico già messo a dura prova da due anni di guerra su più fronti. L'accordo, che arriva dopo che Smotrich aveva criticato apertamente quella che definiva una gestione inefficiente delle risorse all'interno dell'establishment militare, si basa su un presupposto operativo preciso: per il prossimo anno si prevede una mobilitazione media di soli quarantamila riservisti, un numero drasticamente inferiore rispetto ai trecentomila richiamati nelle fasi più calde del conflitto, con l'obiettivo dichiarato di alleviare il carico sull'economia civile e permettere a migliaia di cittadini-soldato di tornare stabilmente al lavoro.

Parallelamente alla definizione delle risorse, che includono un pacchetto aggiuntivo di 725 milioni di shekel distribuiti su un triennio per potenziare la sicurezza in Giudea e Samaria e lungo il delicato confine con la Giordania, il Ministero della Difesa ha portato a termine con successo una campagna sperimentale che ridisegna le capacità di interdizione aerea dello Stato ebraico. Per la prima volta, il sistema David’s Sling, noto in ebraico come Kela David e un tempo chiamato Magic Wand, è stato validato in configurazione navale, superando il suo tradizionale impiego da postazioni terrestri e aprendo la strada a una difesa a più strati che si estende ora al dominio marittimo. Le prove, coordinate dall'Israel Missile Defense Organization (IMDO) in stretta cooperazione con la Missile Defense Agency statunitense e colosso industriale Rafael Advanced Defense Systems, hanno simulato scenari di saturazione complessi, con l'intercettazione simultanea di razzi, missili da crociera, velivoli con e senza pilota e minacce balistiche, replicando le dure lezioni apprese sul campo durante la guerra dello scorso ottobre e l'Operazione Rising Lion. Il sistema, che utilizza l'intercettore Stunner, un missile a due stadi con propulsione a combustibile solido capace di colpire il bersaglio con il solo impatto cinetico — senza testata esplosiva — a velocità che sfiorano Mach 7,5 e distanze comprese tra i 70 e i 300 chilometri, va così a colmare il vuoto operativo tra la corta gittata del Iron Dome e le intercettazioni esoatmosferiche dei missili Arrow. Il costo contenuto del singolo intercettore, circa 700mila dollari, una frazione del prezzo di un Patriot PAC-3, rende il sistema non solo efficace ma anche economicamente sostenibile, un fattore non secondario in un contesto di bilancio tiranno.

Mentre la macchina bellica si riorganizza sul piano finanziario e tecnologico, il fronte strategico si allarga con dichiarazioni che lasciano presagire un imminente salto di qualità nello scontro in corso. Il Capo di Stato Maggiore delle Israel Defense Forces (IDF), Tenente Generale Eyal Zamir, ha annunciato in un messaggio televisivo che la campagna coordinata con gli Stati Uniti contro l'Iran sta entrando in una nuova fase, caratterizzata da operazioni volte a “smantellare ulteriormente il regime e le sue capacità militari”. Zamir, che ha preso il comando in un momento di tensione estrema, ha parlato di “sorprese” in arrivo, senza ovviamente svelarne la natura, ma ha contestualmente allargato il raggio d'azione al Libano, promettendo colpi duri contro Hezbollah “in prima linea e più in profondità”. Le sue parole, che giungono in un momento in cui il presidente americano Donald Trump ha nuovamente inasprito i toni chiedendo pubblicamente la resa incondizionata di Teheran, delineano una strategia che non si accontenta più di contenere le minacce alla sicurezza immediata, ma punta a una ridefinizione degli equilibri di potere nell'intera regione. L'operazione, che secondo le dichiarazioni israeliane ha già stabilito la superiorità aerea e neutralizzato parte del sistema missilistico balistico iraniano, si appresta ora a colpire più a fondo, in una escalation il cui perimetro reale resta avvolto nel massimo riserbo.

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