I voli del G-550 CAEW e il test antimissile: così funziona lo scudo anti-Iran dell’Italia
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Redazione Esteri
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All’inizio della quarta settimana di conflitto nel Golfo Persico, nonostante i segnali di de-escalation arrivati dalla decisione iraniana di colpire in maniera limitata Arabia Saudita e Qatar – una scelta, quest’ultima, dettata probabilmente dalla volontà di non innescarne la reazione militare diretta – lo scenario bellico si è improvvisamente complicato. A complicarlo è stato il lancio di due missili balistici da parte di Teheran, diretti verso Diego Garcia, la base britannica situata nel mezzo dell’Oceano Indiano che ospita anche forze statunitensi. Un attacco che, pur non avendo apparentemente causato danni strutturali rilevanti, ha ridefinito i parametri della minaccia, spingendo l’Europa a fare i conti con una vulnerabilità finora ritenuta remota.
Secondo i calcoli degli esperti britannici, il Regno Unito disporrebbe di soli venti minuti per reagire qualora l’Iran decidesse di lanciare un missile balistico contro il suo territorio. Una finestra temporale ristrettissima, emersa dopo il tentativo di attacco a Diego Garcia, che ha messo in luce quanto Londra sia scoperta di fronte a una simile evenienza. Ma se l’attenzione si sposta verso il Mediterraneo centrale, emerge un’altra realtà operativa: quella italiana. Mentre il governo di Sua Maestà valuta le proprie vulnerabilità, Roma ha già attivato un sistema di sorveglianza avanzata. Da giorni, nei cieli dello Ionio, opera il G-550 CAEW dell’Aeronautica Militare, un velivolo dotato di radar conformati in grado di monitorare lo spazio aereo per otto ore consecutive, mantenendo una persistenza strategica che, secondo gli analisti del settore, è strettamente legata all’allerta antimissile disposta dal Ministero della Difesa. Si tratta di uno scudo tecnologico mobile, posizionato nel sud-est, che funge da sentinella avanzata per intercettare eventuali anomalie prima che possano rappresentare una minaccia concreta per il territorio nazionale.
La portata delle nuove capacità iraniane ha sorpreso persino gli addetti ai lavori. Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha definito l’operazione contro Diego Garcia un evento “inquietante”, sottolineando come la Repubblica Islamica sia riuscita a cogliere impreparate le forze israeliane e le agenzie di intelligence. Un fallimento nella raccolta o nella valutazione delle informazioni che, come ha osservato Tricarico, alimenta un’incertezza difficile da gestire. Il vero nodo strategico, ha spiegato il generale, non è più se un missile possa raggiungere la Turchia, ma se possa arrivare fino a Grecia, Italia, Francia o Germania. Un’eventualità che aprirebbe scenari geopolitici del tutto inediti, mettendo in discussione le attuali dinamiche di difesa alleata.
La nuova gittata balistica e la risposta delle Forze di Difesa israeliane
A confermare i timori del generale Tricarico sono stati i rapporti diffusi dalle Forze di Difesa israeliane (IDF), secondo cui i missili iraniani sono ora in grado di coprire distanze prossime ai quattromila chilometri. Una gittata che, come rivelato dalle stesse IDF in un’interazione pubblica con un’intelligenza artificiale, mette nel mirino capitali europee come Londra, Parigi, Berlino, Roma e Amsterdam. Per la prima volta dal conflitto in corso, Teheran ha utilizzato un vettore a lungo raggio – probabilmente il Khorramshahr-4 – per colpire un obiettivo a quasi quattromila chilometri di distanza, dimostrando di possedere un potenziale offensivo che fino a pochi giorni fa era ritenuto ancora in fase di sviluppo.
Sul fronte operativo, mentre l’Italia rafforza la propria sorveglianza, Israele ha intensificato le proprie operazioni di controffensiva. Le IDF hanno rilasciato un resoconto dettagliato delle ultime quarantotto ore di guerra, parlando di oltre trecento obiettivi colpiti in Iran e diciassette in Libano. Tra questi, siti di stoccaggio di missili sotterranei e superficiali, basi delle forze Basij, piattaforme di lancio e addirittura sedici aerei appartenenti al delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Un’offensiva che mira a degradare le infrastrutture missilistiche iraniane, cercando di ridurre la capacità di Teheran di replicare attacchi a lunga distanza.
L’assegnazione delle responsabilità e l’evoluzione dei conflitti su più fronti
La complessità del quadro attuale è ulteriormente amplificata dalla moltiplicazione dei fronti. Il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano ha dettagliato l’entità dei raid, ma le tensioni non si limitano al solo scontro diretto con l’Iran. Sul fronte libanese, le incursioni continuano, con obiettivi legati a Hezbollah che vengono costantemente presi di mira. Parallelamente, il governo di Beirut ha convocato il rappresentante dell’ambasciata iraniana, esprimendo “riserve” per le dichiarazioni dell’IRGC che rivendicavano operazioni congiunte con Hezbollah sul suo territorio, segno di un malcontento crescente verso l’ingerenza straniera.
Dal punto di vista puramente militare, l’Italia ha già dimostrato di aver appreso le lezioni di questa nuova fase del conflitto. Oltre ai voli del G-550 CAEW, le unità navali italiane – in particolare quelle della nuova generazione – hanno mostrato di possedere capacità di risposta a minacce a lungo raggio. Se il Regno Unito scopre la propria vulnerabilità nel tempo di reazione di venti minuti, l’approccio italiano sembra concentrarsi sulla prevenzione e sulla sorveglianza costante: una sorta di “scudo” che, pur nella sua natura prevalentemente difensiva, rappresenta il primo vero argine contro un’escalation che, come ha ricordato Tricarico, non può più essere definita del tutto imprevista.




