Dimona e Arad nel mirino: i missili iraniani penetrano le difese israeliane colpendo il cuore del Negev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non bastava la distanza, né la ragnatela di sistemi d’intercettazione considerata tra le più sofisticate al mondo. Nella serata di ieri, il cielo del deserto del Negev si è squarciato su due città simbolo del sud di Israele, Dimona e Arad, raggiunte da missili balistici lanciati dall’Iran in un’offensiva che ha messo in ginocchio le difese aeree dello Stato ebraico. Il bilancio, destinato a crescere nelle prossime ore, parla di almeno 175 feriti complessivi, un numero che i servizi di emergenza faticano a rendere definitivo vista la mole dei danni riportati nelle aree residenziali colpite. A Dimona, dove l’impatto diretto di un missile ha centrato un edificio, il conto è di 60 feriti, tra i quali un ragazzino di 12 anni le cui condizioni sono state subito definite critiche dai medici del centro medico Soroka; ad Arad, colpita a distanza di poco tempo, il numero dei feriti ha toccato quota 115, con nove persone in condizioni gravi e una bambina di appena 5 anni estratta viva ma ferita dalle macerie.

L’elemento di maggiore preoccupazione per gli analisti militari, e che probabilmente alimenterà una profonda revisione delle strategie di sicurezza interna, riguarda la capacità dei proiettili di eludere la sorveglianza. I sistemi di difesa aerea, spiega l’esercito israeliano, sono entrati in funzione ma non sono riusciti a intercettare i missili: per la prima volta, un attacco diretto ha preso di mira un’area così sensibile, situata a circa dieci chilometri dal principale centro di ricerca nucleare israeliano, una struttura che – pur non essendo stata danneggiata secondo le verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica – rappresenta un obiettivo strategico di primissimo ordine. Il fatto che i missili abbiano centrato aree civili, provocando il crollo di diverse strutture e scatenando incendi domati solo dopo ore di lavoro dei vigili del fuoco, restituisce l’idea della violenza inaudita dell’impatto, paragonabile a quella di testate dal peso di diverse centinaia di chilogrammi.

Le dichiarazioni dei media statali iraniani non hanno lasciato spazio a interpretazioni ambigue, rivendicando l’azione come una rappresaglia diretta per un attacco statunitense – non meglio specificato nei dettagli operativi – contro l’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz. Una dinamica, quella della reazione a catena, che aggrava ulteriormente la tensione in un’area già devastata da settimane di escalation. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, insieme al capo di stato maggiore delle forze di difesa Eyal Zamir, ha assunto un tono cupo e determinato nel commentare quanto accaduto, parlando di una “serata molto difficile” e impegnandosi a continuare a combattere i nemici di Israele su tutti i fronti, senza eccezioni. Il riferimento è tanto ai confini meridionali, appena violati nella loro inviolabilità percepita, quanto alla necessità di rispondere militarmente a chi ha osato avvicinarsi pericolosamente al cuore del programma nucleare del Paese.

Sullo sfondo, a complicare ulteriormente il quadro geopolitico, si muove la diplomazia aggressiva degli Stati Uniti. Donald Trump, nella sua veste di presidente, ha lanciato un ultimatum che suona come un ulteriore rullo di tamburi verso un conflitto su scala più ampia: la richiesta è di riaprire lo stretto di Hormuz entro 48 ore, pena l’attacco alle centrali energetiche iraniane. Una minaccia che, se attuata, allargherebbe il fronte bellico ben oltre i confini israeliani, coinvolgendo direttamente le infrastrutture vitali di Teheran. In questo frangente, l’attenzione rimane focalizzata sulla conta dei feriti e sulla gestione dell’emergenza nelle due città del Negev, dove le squadre di soccorso continuano a operare tra le macerie mentre le famiglie, sconvolte, cercano di fare i conti con una notte che ha infranto ogni illusione di sicurezza.

L’ombra del reattore: l’attacco a pochi chilometri dal sito nucleare di Dimona

Non è un dettaglio di poco conto il fatto che la traiettoria dei missili abbia incrociato quella del Centro di Ricerca Nucleare del Negev, situato a pochi chilometri dalla città di Dimona. Sebbene le strutture sensibili non abbiano riportato danni e non vi siano state fughe radioattive – come tempestivamente certificato dall’ente di vigilanza internazionale – l’intenzione strategica dell’attacco appare chiara fin dalla rivendicazione iniziale. Per anni, quella struttura è stata considerata un tabù militare, protetta da uno strato di difesa aerea ritenuto impenetrabile. La breccia di ieri, con i missili che hanno centrato invece i centri abitati circostanti, rappresenta un doppio fallimento: tecnico, per la mancata intercettazione; politico, per la vulnerabilità esposta davanti all’opinione pubblica e agli alleati. Le immagini diffuse dai soccorritori mostrano palazzi sventrati e auto accartocciate, una scena che richiama alla memoria le guerre più cruente che questa regione ha già vissuto, ma con un elemento di novità inquietante legato alla prossimità del bersaglio mancato.

La macchina dei soccorsi sotto pressione tra feriti gravi e disagio psicologico

L’ospedale Soroka, principale polo sanitario di riferimento per il sud del Paese, si è trovato a gestire un’affluenza massiccia di pazienti, molti dei quali arrivati in condizioni di shock oltre che con ferite fisiche. Il dato fornito dai medici – 115 feriti ad Arad, nove dei quali in condizioni critiche – racconta di un attacco mirato a provocare il massimo danno possibile in un contesto civile. I servizi di emergenza hanno dovuto operare in un contesto di caos, con strade rese impraticabili dalle macerie e il timore di ulteriori attacchi che aleggiava mentre le sirene continuavano a suonare a intermittenza. Il fatto che tra le vittime ci siano così tanti bambini, uno dei quali di 5 anni ricoverato in condizioni serie, aggiunge una dimensione di particolare crudezza a un conflitto che sembra aver superato ogni confine morale precedentemente tollerato. I vigili del fuoco, impegnati per ore a domare gli incendi divampati in alcuni edifici residenziali, hanno confermato la difficoltà tecnica di intervenire in zone dove i detriti di edifici crollati rendevano pericoloso l’accesso.

L’asse militare Netanyahu-Zamir e la promessa di una risposta articolata

Nel silenzio che segue le esplosioni, la voce del governo israeliano si è fatta sentire attraverso il primo ministro e il vertice militare. L’incontro tra Netanyahu e il capo di stato maggiore Zamir, riferiscono fonti ufficiali, è stato convocato d’urgenza nella notte per definire le linee di risposta. Il linguaggio utilizzato – “combattere i nemici su tutti i fronti” – lascia intendere una strategia che non si limiterà a una semplice replica dell’attacco subito, ma che potrebbe articolarsi su più direttrici, coinvolgendo non solo la minaccia missilistica diretta ma anche i numerosi proxy che l’Iran utilizza per accerchiare Israele. Per l’opinione pubblica israeliana, abituata a considerare i cieli del sud sorvegliati da uno scudo quasi invalicabile, l’accaduto rappresenta un trauma collettivo: se i missili hanno centrato Dimona e Arad, significa che nessun centro abitato, per quanto distante o protetto, può ritenersi al riparo. Le Forze di difesa israeliane hanno già annunciato l’apertura di un’indagine approfondita per capire come mai i sistemi di intercettazione, pur essendo stati attivati, non siano riusciti a neutralizzare i proiettili.

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