L’ultimatum di Trump sullo Stretto di Hormuz e la nuova strategia di Netanyahu: escalation totale o guerra per procura?
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rimesso le lancette dell’orologio diplomatico in una posizione di pericolosa rigidità, scegliendo la strada dell’ultimatum per sbloccare lo Stretto di Hormuz. In un post pubblicato sulla sua piattaforma social, il capo della Casa Bianca ha concesso a Teheran un lasso di tempo che scade nelle prossime ore – precisamente 48 ore – per ripristinare il passaggio delle navi, minacciando altrimenti la distruzione sistematica delle centrali elettriche iraniane, a cominciare dalla più grande. La posta in gioco, in questo braccio di ferro, è altissima: lo Stretto rappresenta un’arteria fondamentale per l’economia globale, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, e il suo blocco de facto da parte delle forze di Teheran ha già provocato un’impennata dei prezzi e una paralisi del traffico mercantile nel Golfo Persico. La risposta di Teheran, filtrata attraverso i media legati ai Pasdaran, non si è fatta attendere e ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, avvertendo che un attacco alle proprie infrastrutture energetiche getterebbe nell’oscurità l’intera regione, data la vulnerabilità degli impianti dei Paesi del Golfo, tutti nel raggio d’azione dei missili iraniani.
Missili su Dimona e il fronte del nord: la geografia della guerra si allarga
Mentre la tensione cresce sul fronte marittimo, il quadro militare sul terreno si fa sempre più complesso e articolato, con episodi che rivelano la volontà di colpire i simboli strategici di Israele. Nelle ultime ore, un missile balistico lanciato dall’Iran ha centrato la città di Dimona, nel deserto del Negev, una località che ospita il reattore nucleare di Shimon Peres; nonostante l’impatto – che ha causato una trentina di feriti – l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha confermato che non vi sono state conseguenze per il sito nucleare né rilevazioni anomale di radiazioni, invitando però al massimo della moderazione militare nelle vicinanze di tali infrastrutture sensibili. Si tratta di un attacco che assume un rilievo particolare se letto in parallelo con le dichiarazioni rilasciate da Benjamin Netanyahu da Arad, proprio a pochi chilometri dal luogo dell’impatto, dove il premier ha esortato la comunità internazionale a prendere atto della portata globale della minaccia, citando il lancio di un missile intercontinentale contro la base di Diego Garcia come prova della capacità iraniana di raggiungere il cuore dell’Europa.
Oltre agli attacchi diretti provenienti dall’Iran, il fronte settentrionale continua a bruciare con rinnovata intensità per opera di Hezbollah. L’organizzazione libanese ha rivendicato una serie di attacchi che hanno colpito diverse aree del nord di Israele, tra cui Nahariya, dove video condivisi online mostrano ancora in fiamme l’area impattata da un drone, mentre a Misgav Am un razzo ha causato la prima vittima israeliana dall’inizio della ripresa degli scontri a marzo. In questo contesto di pressione continua, il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato una decisione destinata ad avere pesanti ricadute umanitarie: gli sfollati libanesi che vivono a sud del fiume Litani non potranno fare ritorno alle loro case finché le autorità di Tel Aviv non riterranno sicure le comunità del nord, una dichiarazione che di fatto subordina la stabilità del Libano alla sicurezza percepita entro i confini israeliani.
Il fronte interno e lo scacchiere internazionale: Netanyahu cerca l’unità mentre Trump gioca in solitaria
Analizzando gli sviluppi giudiziari e politici, emerge una netta dicotomia tra l’approccio di Netanyahu e quello dell’amministrazione Trump, quasi a delineare una disunione nei vertici dell’alleanza occidentale. Da un lato, il premier israeliano sembra intento a costruire un’alleanza globale “anti-Asse”, chiedendo ai leader mondiali di unirsi alla guerra contro l’Iran con un’argomentazione che fa leva sulla paura di un conflitto mondiale: “Hanno la capacità di raggiungere l’Europa in profondità”, ha ribadito, cercando di trasformare un conflitto regionale in una causa esistenziale per l’intero Occidente. Dall’altro lato, l’azione di Washington, incarnata dall’ultimatum di Trump, appare più solitaria e focalizzata sugli interessi energetici immediati, con il Segretario al Tesoro Scott Bessent che ha dichiarato che l’amministrazione sta valutando “tutte le opzioni” senza però un chiaro coordinamento con le cancellerie europee che pure hanno condannato la chiusura dello Stretto.
In questo clima, l’Iran non si è limitato alle minacce militari ma ha tentato di dettare l’agenda politica, formulando tramite l’agenzia Tasnim sei condizioni per porre fine alle ostilità. Tra queste, spiccano richieste di difficile realizzazione per gli Stati Uniti, come la chiusura delle basi militari nella regione e il pagamento di risarcimenti, ma anche la richiesta di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz, che lascia intendere come Teheran voglia rinegoziare le regole del traffico marittimo una volta che i bombardamenti cesseranno. La richiesta di perseguire penalmente i media anti-iraniani, inoltre, rivela la preoccupazione del regime per il fronte della narrazione e dell’informazione, considerato cruciale quanto quello bellico.
Attacchi alle infrastrutture e controffensive: il rischio di un blackout regionale
Lo scenario di queste ore è dominato dalla minaccia reciproca di devastazione delle infrastrutture energetiche, un elemento che trasforma il conflitto in una partita a scacchi dove le mosse successive potrebbero avere conseguenze catastrofiche per la vita civile. Dopo l’avvertimento di Trump, i media iraniani hanno pubblicato mappe dettagliate delle centrali elettriche nei Paesi del Golfo – Emirati Arabi, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait – sottolineando che oltre il 70% di queste si trovano lungo la costa e sono vulnerabili ai missili di Teheran. La minaccia esplicita, veicolata dall’agenzia Mehr, è che anche un attacco limitato alle infrastrutture iraniane provocherebbe un collasso elettrico a catena in tutta la regione, lasciando vaste porzioni del Medio Oriente al buio e compromettendo anche gli impianti di desalinizzazione, vitali per l’approvvigionamento idrico.
Sul fronte opposto, le forze armate iraniane hanno già messo in pratica una parte della loro strategia, colpendo la raffineria di Haifa nei giorni scorsi, la più grande del Paese, causando incendi di vaste proporzioni che hanno richiesto ore di lavoro per essere domati. Parallelamente, l’esercito israeliano continua a operare con la sua strategia di “decapitazione” del regime, mentre nel vicino Iraq si registrano attacchi notturni con razzi e droni contro il centro diplomatico statunitense presso l’aeroporto di Baghdad, segno che la guerra sta aprendo focolai anche al di fuori dei confini tradizionali di Israele e Iran. In questo quadro di caos controllato, la presenza militare occidentale si è rafforzata con l’arrivo del sottomarino nucleare britannico HMS Anson nel Mar Arabico, posizionato strategicamente per monitorare lo Stretto e garantire, eventualmente, la riapertura delle rotte con la forza.




