Insulti a Liliana Segre dopo il 25 aprile a Pesaro, il figlio annuncia querele
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Redazione Interno
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La partecipazione di Liliana Segre alle celebrazioni del 25 aprile a Pesaro, città che l’ha accolta con affetto e rispetto, non è passata inosservata agli occhi di chi, nascosto dietro lo schermo di un computer, ha trasformato i social network in una piazza virtuale per l’odio. Sulla pagina Facebook del Comune, tra i messaggi di sostegno, sono comparsi insulti rivolti alla senatrice a vita, sopravvissuta ad Auschwitz e da anni sotto scorta per le minacce ricevute. Parole come “nazista” e “parassita” hanno riempito i commenti, riproponendo un copione già visto, ma non per questo meno grave.
«Faremo un’analisi attenta e quereleremo gli autori dei messaggi peggiori», ha dichiarato il figlio Luciano Belli Paci, avvocato che da tempo segue le vicende giudiziarie legate alle aggressioni verbali contro la madre. «È diventato un appuntamento fisso», ha aggiunto con amarezza, sottolineando come, nonostante la stanchezza, Liliana Segre non intenda rinunciare alla sua testimonianza. La senatrice, del resto, è abituata a essere nel mirino: dal 2019, quando le è stata assegnata la scorta, gli episodi di ostilità si sono moltiplicati, alimentati da un clima sempre più tossico.
Il sindaco di Pesaro, Andrea Biancani, ha condannato senza riserve gli insulti, ribadendo l’importanza della memoria storica e del rispetto per una figura come quella di Segre. Anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha espresso una «totale condanna» verso ogni forma di antisemitismo, sebbene le sue parole non abbiano spento le polemiche sollevate dai messaggi violenti. Intanto, un consigliere comunale di Pesaro, Riccardo Bernardi, ha denunciato l’accaduto attraverso un video su TikTok, contribuendo a riportare l’attenzione sul fenomeno dell’hate speech.
Quello che colpisce, in casi come questo, è la sproporzione tra la gravità degli insulti e la figura di chi li subisce. Liliana Segre, 93 anni, ha dedicato la vita a raccontare l’orrore della Shoah, diventando un simbolo di resistenza civile. Eppure, ogni sua apparizione pubblica sembra scatenare reazioni violente, spesso da parte di anonimi profili fake. Le querele annunciate dal figlio potrebbero portare a nuovi procedimenti giudiziari, in un contesto in cui la giurisprudenza sta lentamente cercando di adattarsi alla sfida posta dai reati d’odio online.




