Zelensky a Monaco rilancia l’appello all’Europa: «Nessuna decisione senza di noi, è il momento di un esercito comune»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si presentava diverso, Volodymyr Zelensky, salendo sul palco della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Il completo scuro, indossato senza cravatta, ha sostituito ormai da tempo la celeberrima felpa verde militare che ne aveva fatto l’icona di una resistenza popolare, e il suo volto tradisce i segni di una stanchezza che è innanzitutto morale, accumulata in tre anni di guerra su larga scala. Eppure, nei momenti cruciali, il presidente ucraino dimostra di sapere ancora leggere lo spirito del tempo e di calibrare il messaggio per ottenere l’effetto sperato. Se al Forum economico di Davos, solo poche settimane fa, aveva duramente criticato l’Europa, rimproverandole divisioni e lentezze che ne limitano il peso geopolitico, ieri nel capoluogo bavarese la sua retorica ha compiuto una brusca inversione di rotta, trasformandosi in un appello accorato e filoeuropeista -4. Di fronte a una platea di leader e diplomatici, e all’indomani dell’annuncio di un colloquio telefonico tra il presidente americano Donald Trump e il leader del Cremlino Vladimir Putin, Zelensky ha dettato una linea chiara e netta: nessun negoziato che escluda Kyiv e, per estensione, l’intero continente.

Il timore, per la delegazione ucraina, è che la nuova amministrazione statunitense possa essere tentata di perseguire una soluzione rapida del conflitto, quella che Trump ha più volte promesso durante la campagna elettorale, anche a costo di scavalcarla -3. «L’Ucraina non accetterà mai accordi presi alle nostre spalle, senza il nostro coinvolgimento», ha scandito Zelensky dal podio, avvertendo che la stessa regola deve valere per Bruxelles -7. In un momento in cui le relazioni transatlantiche appaiono particolarmente tese, complice anche la recente e durissima reprimenda del vicepresidente J.D. Vance, che un anno fa aveva accusato gli alleati europei di tradire i valori democratici comuni paragonando certe loro politiche alla censura sovietica, il capo di Stato ucraino ha cercato di spingere i leader del Vecchio continente a compiere un salto di qualità -2. Il ragionamento di fondo è lineare: se Washington dovesse ridurre il suo impegno o condurre una trattativa diretta con Mosca, l’Europa deve essere pronta a difendersi e a difendere Kyiv da sola. Da qui la proposta, lanciata con forza, di gettare le basi per un esercito europeo unificato. «Credo fermamente che il momento sia arrivato», ha dichiarato Zelensky, sostenendo che le forze armate del continente debbano essere create perché il futuro della regione non dipenda esclusivamente da decisioni prese oltre Atlantico.

Una nuova architettura di difesa e la richiesta di garanzie vincolanti

L’invocazione di un esercito comune, che ha trovato un’accoglienza contrastante ma attenta nella sala della conferenza, si inserisce in una strategia più ampia volta a ridefinire le architetture di sicurezza del continente. Zelensky ha ribadito con forza che la sicurezza dell’Ucraina e quella dell’Europa sono concetti indivisibili, un mantra ripetuto più volte per ricordare ai partner che la posta in gioco non riguarda solo i confini del suo Paese, ma l’intero ordine liberale europeo -4. Ha esortato i leader presenti a passare dalle parole ai fatti, sottolineando che aumentare la spesa per la difesa in rapporto al Prodotto interno lordo non è sufficiente se non si accompagna a una visione strategica condivisa. «Il denaro da solo non fermerà un assalto nemico», ha avvertito, ricordando che l’esercito ucraino possiede oggi un’esperienza di combattimento moderno che nessun altro in Europa può vantare. Un patrimonio, questo, che andrebbe integrato in una futura struttura militare continentale.

Parallelamente all’appello per una difesa comune, Zelensky ha ribadito l’assoluta necessità di garanzie di sicurezza concrete e vincolanti, rifiutando qualsiasi cessate il fuoco che si limiti a congelare il conflitto senza rimuoverne le cause profonde. La principale di queste garanzie, ha ribadito, rimane l’adesione dell’Ucraina alla Nato, un punto su cui non intende transigere nonostante le evidenti resistenze di alcuni alleati, inclusi gli stessi Stati Uniti -7. Il presidente ha inoltre lanciato un allarme specifico riguardo ai movimenti di truppe russe in Bielorussia: secondo informazioni in possesso di Kyiv, Mosca si preparerebbe a inviare nuove forze nel Paese confinante con la scusa di esercitazioni militari, replicando di fatto lo schema già utilizzato alla vigilia dell’invasione del febbraio 2022 -1. Una minaccia, ha aggiunto, che non riguarda solo l’Ucraina, considerato che la Bielorussia confina con tre membri Nato e ospita ormai stabilmente armi nucleari e missili a medio raggio russi.

I segnali da Washington e il pressing sul segretario di Stato Rubio

Mentre Zelensky parlava, a Monaco era atteso l’arrivo del segretario di Stato americano Marco Rubio, il cui aereo era stato costretto a un atterraggio di emergenza per un guasto meccanico prima di ripartire alla volta della Germania -5. Il capo della diplomazia statunitense, chiamato a gestire una fase delicatissima dei rapporti con gli alleati, si trova nella posizione complessa di dover rassicurare i partner europei senza smentire le posizioni della Casa Bianca. I leader del continente, feriti dalle recenti aperture di Trump nei confronti di Putin e dalle sue dichiarazioni spesso ostili verso i tradizionali alleati, cercano un confronto diretto per capire quali siano realmente i piani dell’amministrazione per mettere fine alla guerra. In questo clima di incertezza, l’incontro bilaterale tra Rubio e Zelensky è stato seguito con la massima attenzione, rappresentando un test fondamentale per valutare la tenuta della coalizione che fin qui ha sostenuto Kyiv.

La sensazione, tra i corridoi del Congresso sulla sicurezza, è che si stia assistendo a un passaggio d’epoca. Non si firmano trattati a Monaco, né si chiudono guerre, ma si misurano i rapporti di forza e si registra la temperatura delle alleanze. Quest’anno, a pochi giorni dal tragico anniversario dei tre anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la domanda che aleggiava sull’incontro era una sola: quanto regge ancora la coalizione che sostiene l’Ucraina e quanto è forte la tentazione, in alcune capitali occidentali, di accettare una pace imposta come scorciatoia per uscire da un conflitto logorante? -6 La replica di Zelensky è stata quella di riaffermare con forza il principio di autodeterminazione, chiedendo che all’Europa sia concesso un posto al tavolo dei grandi giochi diplomatici. «Se veniamo esclusi dai negoziati sul nostro stesso futuro», ha concluso, «allora perdiamo tutti». Una frase che suona come un monito e un’assunzione di responsabilità, in attesa di capire se le parole si trasformeranno in atti concreti.

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