Decreto lavoro, Meloni vara il “salario giusto” e la stretta sul caporalato digitale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto la vigilia del Primo Maggio per mettere un ulteriore, sostanziale tassello nella sua politica industriale, quella che mira a ricostruire il ceto medio attraverso la stabilizzazione del mercato del lavoro. Con un post pubblicato sul proprio profilo social, la premier ha rivendicato l’approvazione del decreto legge n. 62 del 30 aprile 2026, un provvedimento so che, sulle ali di 934 milioni di euro di risorse, intende ridisegnare i confini tra tutela del salario e lotta allo sfruttamento. «Il Primo Maggio – ha scritto Meloni – è la festa di chi ogni giorno, con impegno, sacrificio e dignità, manda avanti l’Italia. Ed è anche il giorno in cui la politica deve misurarsi con i fatti», una dichiarazione che suona come una linea netta tracciata tra chi governa e chi, secondo il suo esecutivo, si limita alla propaganda. Il dato politico, in questa narrazione, si intreccia indissolubilmente con quello economico: il governo punta i riflettori sui 1,2 milioni di occupati in più registrati e sul record storico dell’occupazione femminile, cifre che vengono presentate come la prova di un «cambio di passo reale» rispetto al recente passato.

Le regole per le piattaforme e la stretta sui “contratti pirata”

Nel merito del decreto, che è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, l’elemento forse più innovativo riguarda l’intervento diretto sul mondo digitale e sulle distorsioni del lavoro sommerso. L’articolato prevede infatti misure specifiche per contrastare il cosiddetto “caporalato digitale”, una piaga moderna che utilizza le piattaforme per aggirare gli obblighi contrattuali. Tra le disposizioni più incisive, segnalate anche dai documenti del Consiglio dei Ministri, spicca l’obbligo per i gestori di piattaforme di garantire l’identificazione certa del lavoratore tramite SPID o CIE, vietando di fatto la cessione degli account o il loro “noleggio”. Se un lavoratore cede le proprie credenziali a un altro soggetto, con il rischio di creare una catena di sfruttamento invisibile ai radar dell’Ispettorato del lavoro, scatteranno sanzioni che possono arrivare fino alla sospensione dell’attività. In parallelo, viene introdotto il principio della “trasparenza algoritmica”: chi lavora tramite app avrà il diritto di sapere come funzionano i meccanismi che assegnano le consegne o le mansioni, potendo persino richiedere l’intervento di un umano per riesaminare decisioni automatizzate che incidono pesantemente sul rapporto di lavoro.

Bonus assunzioni 2.0 e il principio del salario giusto nella contrattazione

Sul fronte degli incentivi, il decreto riscrive le regole dei bonus assunzione, dando vita alla versione “2.0” degli sgravi per giovani, donne e aree svantaggiate. L’esonero contributivo torna a essere pieno (100%) fino a fine anno, con importi che variano a seconda della categoria: si va dai 500 euro per i talenti under 35 fino a quota 800 euro per le lavoratrici assunte nella Zona economica speciale per il Mezzogiorno. Queste agevolazioni, però, sono strettamente legate all’incremento occupazionale netto, un paletto che il governo ha voluto mantenere per evitare un utilizzo distorto delle risorse pubbliche. Ma è l’articolo 7 del decreto, quello dedicato ai «Criteri per l’individuazione del salario giusto», a contenere il cuore ideologico del provvedimento. Meloni lo ha riassunto con una formula lapidaria: le risorse pubbliche devono andare a chi rispetta i lavoratori, non a chi sottopaga o usa «contratti pirata». Nella pratica, si istituisce un principio di selettività negli appalti e negli aiuti di Stato, premiando le aziende che applicano i contratti collettivi nazionali stipulati dalle associazioni comparativamente più rappresentative, un modo per arginare il dumping salariale senza introdurre un salario minimo per legge, come invece chiedono le opposizioni.

I numeri della sicurezza: calano gli incidenti, ma l’Anmil alza la guardia

Se il governo celebra i risultati occupazionali, il quadro della sicurezza sul lavoro presenta però ombre che nemmeno il giorno della festa dei lavoratori riesce a dissolvere del tutto. L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil), analizzando i dati INAIL relativi ai primi due mesi del 2026, ha diffuso un bollettino di guerra che, se da un lato attesta un calo delle morti bianche (99 denunce contro le 138 dello stesso periodo del 2025), dall’altro denuncia un incremento del 2,6% degli infortuni complessivi. «Com’è possibile – si legge nella nota dell’associazione – trovare confortanti dati che raccontano di 99 infortuni mortali in soli due mesi?». L’allarme dell’Anmil si concentra soprattutto sul sommerso e sulle malattie professionali, in aumento del 14,2%, sintomo di una fatica e di rischi cronici che spesso non trovano spazio nelle statistiche ufficiali. I sindacati, da parte loro, hanno accolto il decreto con cautela, apprezzando le norme contro lo sfruttamento digitale ma sottolineando la necessità di maggiori risorse per la prevenzione e la formazione, senza le quali – avvertono – ogni bonus rischia di essere inutile senza una fabbrica sicura che lo accolga.

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