Decreto Primo Maggio, il governo accelera sulla stretta al caporalato e lega i bonus al “salario giusto”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Circa 960 milioni di euro, in larga parte già programmati in legge di Bilancio, per rifinanziare gli sgravi contributivi destinati a giovani e donne, ma con una condizione sostanziale: d’ora in poi, l’accesso a quegli incentivi – che fino al 30 aprile scorso sopravvivevano grazie a una proroga tecnica dettata dal Milleproroghe, una scadenza appesa a un filo senza certezze – sarà consentito esclusivamente alle aziende che applicano ai propri dipendenti il cosiddetto “salario giusto”. Il provvedimento, messo a punto durante un vertice a Palazzo Chigi e approdato ieri in Consiglio dei ministri, segna uno scarto netto rispetto alla logica precedente: non più bonus a pioggia, ma una leva selettiva che mira a disincentivare il ricorso a quei contratti considerati “pirata”, spesso utilizzati per comprimere i costi del lavoro a scapito della dignità del lavoratore.

Un meccanismo premiante contro i contratti pirata

La novità più incisiva, contenuta nel testo varato dal governo, riguarda infatti la modifica strutturale dei criteri di erogazione. Se in passato lo sgravio contributivo era legato a logiche puramente anagrafiche o territoriali, oggi il decreto introduce un prerequisito cogente: il trattamento economico individuale (quello finisce in busta paga, insomma) non potrà essere inferiore al “trattamento economico complessivo” – il Tec, per usare la sigla tecnica che include non solo i minimi tabellari ma anche eventuali scatti di anzianità o welfare – previsto dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Si tratta, in sostanza, di quei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil, che diventano il nuovo parametro per distinguere un’occupazione di qualità da una che non lo è. Chi sottoscrive accordi con sigle minori, magari per abbassare il costo orario della manodopera, non potrà più accedere ai benefici pubblici per le assunzioni; una mossa che sposta il confronto dal vecchio e dibattuto tema del “salario minimo legale” – su cui il governo ha sempre mostrato freddezza – a una strategia basata sulla valorizzazione della contrattazione collettiva autentica.

Proroghe e dettagli sugli sgravi per donne e giovani under 35

Sul piano concreto degli incentivi, che restano in vigore fino al 31 dicembre 2026, il decreto conferma le agevolazioni per le aziende che procedono a nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per le lavoratrici – soprattutto quelle senza impiego regolarmente retribuito da almeno dodici o ventiquattro mesi, a seconda delle fattispecie – è previsto un esonero contributivo totale che arriva fino a 650 euro al mese per due anni; una cifra che sale a 800 euro se l’assunzione avviene nelle regioni della Zes unica del Mezzogiorno, l’area che il governo continua a considerare un laboratorio privilegiato per le politiche di sviluppo. Analogo meccanismo per i giovani con meno di 35 anni, disoccupati da almeno ventiquattro mesi, che garantiscono all’azienda uno sgravio massimo di 500 euro mensili, sempre per ventiquattro mesi, con una maggiorazione a 650 euro nelle stesse aree meridionali. Una misura, quest’ultima, che mira a tamponare l’emorragia di contratti a termine tra le nuove generazioni, cercando di trasformare quelle posizioni in rapporti stabili.

Caporalato digitale e identità sicura per i rider

Ma il decreto Primo Maggio non si limita a disciplinare il mondo delle fabbriche e degli uffici. Un intervento specifico, e particolarmente atteso, riguarda il contrasto a quella che viene definita la “piaga del caporalato digitale”, un fenomeno che ha trovato terreno fertile nelle piattaforme di consegna e nei rider. Per arginare la pratica di creare account multipli o utilizzare identità fittizie – una dinamica che spesso trasforma la consegna di un pasto in una forma di sfruttamento vicina a certi modelli del lavoro agricolo irregolare – il testo prevede due novità sostanziali. La prima è l’obbligo, per i lavoratori, di accedere alle piattaforme esclusivamente attraverso SPID o Carta d’Identità Elettronica, una barriera che dovrebbe rendere molto più difficile l’anonimato e la cessione dell’account a terzi. La seconda, altrettanto rilevante, è il diritto del lavoratore a ricevere informazioni chiare sul funzionamento degli algoritmi: niente più scatole nere che decidono in autonomia la geolocalizzazione e la distribuzione degli ordini, ma una tracciabilità che aumenta la trasparenza del rapporto. Un modo, questo, per mettere un freno a quelle logiche di sfruttamento che, come dimostrano diverse inchieste giudiziarie degli ultimi anni, prosperano proprio nell’opacità dei meccanismi digitali.

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