Omicidi a Villa Pamphili, l'imputato si presenta con un alias in aula mentre i legali delle vittime parlano di un dolore da onorare
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Redazione Interno
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“Buongiorno, my name is Rexal Ford”. Con questa frase, pronunciata in un inglese sommesso, Francis Kaufmann ha aperto la sua prima apparizione davanti alla Prima Corte di Assise di Roma, chiamata a giudicarlo per il duplice omicidio di Anastasia Trofimova e della piccola Andromeda, di appena undici mesi. L’uomo, che ha scelto di presentarsi con il suo alias nonostante il nome anagrafico sia un altro, indossava una tuta nera e mostrava un fisico ingrossato rispetto alle immagini che lo ritraevano, mesi fa, insieme alle due vittime. Il suo ingresso in aula, avvenuto in una data di febbraio del 2026, ha dato il via a un processo che si preannuncia complesso, sia per la gravità dei fatti – il ritrovamento dei corpi senza vita nel parco di Villa Pamphili lo scorso giugno – sia per le dichiarazioni che hanno immediatamente fatto seguito all’udienza, gettando luce su due prospettive diametralmente opposte.
La dichiarazione di innocenza e le perplessità della difesa
Subito dopo le formalità iniziali, Kaufmann ha affermato con decisione la propria innocenza, rispondendo ai quesiti del presidente del tribunale. Una posizione netta che, però, secondo il suo difensore, l’avvocato Paolo Foti, andrebbe collocata in un contesto psicologico fragile e poco lucido. Il legale, uscito dall’aula, ha rilasciato dichiarazioni che hanno sollevato interrogativi sulla capacità processuale del suo assistito, descrivendolo come una persona che “non ci sta molto col cervello” e che non possiederebbe “pienamente la capacità di intendere ciò che lo circonda”. Foti ha riferito di dialoghi incomprensibili intercorsi durante l’udienza, sostenendo che Kaufmann facesse “discorsi campati per aria”, del tutto slegati dalla realtà giudiziaria che lo attorniava. Queste affermazioni, che potrebbero in futuro condurre a perizie psichiatriche, hanno immediatamente creato un solco tra la linea difensiva e la percezione pubblica dell’imputato.
Il dolore silenzioso dei familiari e il desiderio di un lutto negato
Dall’altra parte della barricata, le parole hanno un tono completamente diverso, scandito da un dolore che chiede solo di poter esistere. Arturo Salerni, legale che rappresenta la madre di Anastasia e nonna della piccola Andromeda, ha parlato con tono pacato ma fermo del desiderio più urgente dei suoi assistiti: quello di poter finalmente seppellire i propri cari. I corpi delle due vittime, infatti, sono ancora trattenuti dagli accertamenti della magistratura. “Ci hanno detto che vogliono venire”, ha spiegato Salerni, riferendosi ai familiari che risiedono all’estero. “Faremo di tutto per rendere possibile questo loro desiderio. Vogliono almeno due corpi su cui piangere”. Una richiesta che, nella sua semplicità, racchiude tutta la tragedia di una morte violenta, dove anche il rito essenziale del commiato viene sospeso, prolungando un’agonia che per i parenti sembra non avere mai fine.
Un processo che si annuncia lungo tra strategie e sofferenza
Le prossime udienze dovranno quindi dipanare una matassa giudiziaria fittissima, dove si intrecciano le esigenze investigative, le valutazioni sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato e, non ultima, l’urgenza umanitaria dei familiari delle vittime. Il quadro che emerge da questa prima giornata è quello di un procedimento destinato a svilupparsi su binari paralleli: da un lato l’analisi dei riscontri oggettivi e delle prove raccolte nei mesi scorsi, dall’altro la necessità di fare i conti con profili psicologici fragili e con un lutto collettivo che attende ancora un proprio spazio per essere elaborato. Senza dimenticare la figura di Kaufmann, che dietro l’alias e le dichiarazioni di innocenza, resta l’unico accusato di aver posto fine, in modo brutale, a due esistenze giovanissime.




