La Bulgaria entra nell’euro tra scetticismo popolare e incertezza politica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da domani, primo gennaio, la circolazione monetaria in Bulgaria si sdoppia, segnando l’inizio formale di un passaggio storico ma carico di tensioni. I 6,5 milioni di cittadini, infatti, potranno pagare sia con il lev nazionale, al quale sono affezionati, sia con la nuova moneta, l’euro, che lo affiancherà per tutto il mese prima di diventare l’unico mezzo legale di pagamento a febbraio. Questo percorso, che porterà Sofia a essere il ventunesimo Stato dell’eurozona, è avvenuto nel modo più bizzarro, come hanno osservato molti analisti, poiché si svolge in un vuoto di potere governativo e con una popolazione profondamente divisa sull’operazione.

Un sostegno popolare debole e le paure del dopo

A sostenere la transizione, secondo un sondaggio del ministero delle Finanze bulgaro, è appena il 51% della popolazione, una maggioranza risicatissima se si considera che i contrari si attestano al 45%, mentre il resto è indeciso. Il dato, che tutt’altro che schiacciante, rivela un malessere diffuso e molteplici paure, soprattutto tra i meno abbienti, i quali temono che l’adozione della moneta unica si traduca in ulteriori sacrifici per chi già fatica ad arrivare alla fine del mese. La preoccupazione principale, ripetuta nei mercati e nei dibattiti pubblici, è quella di un aumento generalizzato dei prezzi, un fenomeno che, secondo gli economisti più cauti, ha accompagnato in passato l’ingresso di altri Paesi nell’eurozona e che andrebbe attentamente monitorato per proteggere il potere d’acquisto.

I criteri rispettati e lo "scudo" contro Mosca

Nonostante lo scetticismo interno, la Bulgaria ha soddisfatto tutti i parametri tecnici richiesti, ottenendo il via libera ufficiale lo scorso giugno da Commissione europea e Banca centrale europea. L’inflazione è stata riportata sotto controllo, le finanze pubbliche mostrano una certa solidità, e il tasso di cambio del lev si è mantenuto stabile all’interno del meccanismo di cambio europeo. Il Consiglio Ecofin, l’8 luglio, ha poi fissato il tasso di conversione definitivo a 1,95583 lev per un euro, un valore che da febbraio diventerà solo un ricordo nei libri di storia. Per i sostenitori della mossa, spesso schierati su posizioni europeiste, l’euro rappresenta una garanzia fondamentale per il futuro economico del Paese, il più povero dell’Unione dal suo ingresso nel 2007, e uno "scudo" strategico contro le ingerenze e l’influenza della Russia, che da tempo cerca di estendere la sua sfera d’azione nei Balcani.

Il terreno fertile per la propaganda e le zone d’ombra

Proprio nelle aree rurali e più disagiate della nazione, dove il timore di un rincaro è più palpabile, si è radicata una forte opposizione all’euro, spesso alimentata da forze politiche nazionaliste e filorusse. Questi gruppi, che fanno leva sul sentimento di abbandono da parte delle istituzioni di Sofia, hanno costruito una narrazione che dipinge la moneta unica come un ulteriore strumento di austerity imposto da Bruxelles, in grado di erodere la sovranità nazionale e di peggiorare le condizioni di vita. La situazione è resa ancor più complessa dall’assenza, in questo momento cruciale, di un governo stabile e pienamente operativo, un vuoto che rischia di acuire le incertezze dei cittadini durante le delicate fasi della duplice circolazione e del cambio definitivo.

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