Gianluca Cherubini, l’ex calciatore che sfidò la malattia e il destino, si spegne a 52 anni
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Redazione Sport
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Non c’è stata, purtroppo, nessuna rimonta. Gianluca Cherubini, difensore e centrocampista cresciuto nelle giovanili della Roma e poi protagonista in serie A con la Reggiana, si è spento a cinquantadue anni all’ospedale Tor Vergata della Capitale, dove era ricoverato da tempo a causa di una malattia che ne aveva compromesso irrimediabilmente le condizioni fisiche. La notizia, diffusasi nella serata di ieri, ha trovato il suo primo crudo canale in un post di Alessandro Battisti, ex capitano del Chieti e oggi direttore sportivo, nonché amico fraterno di Cherubini: «Non ci sono parole – ha scritto Battisti –. Una vita a 220 km all’ora, sempre in bilico, sempre sull’orlo del burrone. Mi mancherai». Parole che restituiscono, senza bisogno di agiografie, l’esistenza di un calciatore che visse ogni partita – e ogni giorno fuori dal rettangolo verde – come una sfida contro il tempo e contro se stesso.
L’aneurisma in campo e una carriera segnata dagli acciacchi
Quel «sempre in bilico» non era soltanto una metafora poetica. Cherubini, nato a Roma il 28 febbraio del 1974, aveva dovuto fare i conti con un aneurisma sopraggiunto mentre era ancora in attività, un evento che avrebbe segnato per sempre la percezione della propria vulnerabilità. Nonostante ciò, riuscì a ritagliarsi uno spazio nel calcio che conta: dopo le giovanili tra Monza e Lodigiani, approdò alla Reggiana, con cui esordì in serie B nella stagione 1992/1993, per poi calcare i campi della massima serie nei due anni successivi. Un passaggio, quello tra i cadetti e l’élite, che per molti rappresenta il coronamento di un sogno, mentre per lui si trasformò presto in una lotta quotidiana contro i propri limiti fisici.
Bruno Conti lo ricorda: «Ti voglio ricordare nella tua crescita»
A dare il commiato più toccante, almeno dal punto di vista strettamente sportivo, è stato Bruno Conti. Il dirigente della Roma – legato al club giallorosso da oltre mezzo secolo e prossimo ormai a lasciare quell’incarico – ha scelto i social per un saluto intimo e insieme pubblico: «Ti voglio ricordare in tutta la tua crescita nel settore giovanile. Rip Gianluca». Un omaggio che sottolinea quanto Cherubini fosse parte di quella fucina di talenti romani che, tra fine anni Ottanta e primi Novanta, alimentava le speranze della prima squadra. L’ex calciatore aveva d’altronde compiuto l’intera trafila nel vivaio della Roma, senza però riuscire a imporsi stabilmente in prima squadra, un destino condiviso con tanti altri che quel percorso lo avevano comunque forgiato.
L’Europeo Under 21 vinto con Cannavaro, Inzaghi e Vieri
Eppure, il palmarès di Cherubini custodisce un alloro che molti colleghi possono soltanto invidiare. Ha vestito per cinque volte la maglia della Nazionale Under 21, partecipando e vincendo gli Europei di categoria del 1994. In quella spedizione, accanto a lui c’erano nomi destinati a segnare la storia del calcio italiano e mondiale: Fabio Cannavaro, Christian Panucci, Filippo Inzaghi e Christian Vieri, solo per citarne alcuni. Un gruppo straordinario che quella generazione la portò al successo, e Cherubini ne fu parte attiva, sebbene il prosieguo della sua carriera non abbia mai raggiunto quelle vette. Dopo Reggiana e Roma, indossò anche la maglia del Vicenza, prima di quel progressivo allontanamento dai campi che per lui assunse i contorni di una «cancellazione» del proprio passato da professionista, come ebbe a raccontare più tardi.
Il film ‘Don Pierino’ e l’addio senza clamore
Nel 2011, Cherubini partecipò al film ‘Don Pierino’ diretto da Andrea Sbarretti, un’incursione nel mondo del cinema che pochi ricordano e che forse lui stesso considerava una parentesi lontana dal rumore degli stadi. Si è spento mercoledì 1° aprile, senza che la notizia assumesse subito i toni della grande cronaca sportiva. E proprio questo silenzio – rotto soltanto dai messaggi di ex compagni come Battisti e da dirigenti come Conti – racconta meglio di ogni altra cosa l’esistenza appartata di un calciatore che non cercò mai riflettori, ma che la malattia costrinse a vivere sempre «sull’orlo del burrone». Nessuna banalizzazione del dramma, nessuna retorica dell’eroe sportivo: soltanto la cronaca rispettosa di una vita che nel calcio trovò la sua misura più alta, e nella fragilità fisica il suo avversario più ostinato.




