La scomparsa di Gianluca Cherubini, il cordoglio di Bruno Conti e il ricordo di quel ragazzo cresciuto nel vivaio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notizia, arrivata con il consueto, doloroso impatto di chi lascia un vuoto incolmabile, ha scosso il mondo giallorosso e non solo. Gianluca Cherubini, difensore romano di origine e di cuore (sebbene la sua carriera l’abbia portato lontano dalle sponde del Tevere), si è spento a soli cinquantadue anni all’ospedale di Tor Vergata, dove era stato ricoverato d’urgenza dopo un malore accusato il 31 marzo. A dare l’annuncio, con un post che lascia poco spazio all’interpretazione per la sua cruda sincerità, è stato l’amico e ex compagno Alessandro Battisti: «Non ci sono parole... Una vita a 220 km all’ora, sempre in bilico, sempre sull’orlo del burrone». Una vita, quella di Cherubini, costantemente appesa a un filo sottile, tra un aneurisma patito in gioventù – proprio mentre si trovava in campo – e una lunga malattia che ne ha segnato gli ultimi anni.

Il cordoglio di Bruno Conti e il legame con il settore giovanile

Tra i primi a rompere il silenzio, con la sobrietà che contraddistingue chi ha fatto della storia romanista una ragione di vita, c’è stato Bruno Conti. L’ex bandiera giallorossa, oggi osservatore attento del vivaio, ha voluto affidare a Instagram un pensiero che non suona né retorico né banale, ma anzi profondamente intimo: «Ti voglio ricordare in tutta la tua crescita nel settore giovanile. Rip Gianluca». Poche parole, eppure cariche di un significato che rimanda a quell’humus particolare – il centro sportivo di Trigoria – dove molti ragazzi si formano prima di diventare uomini e calciatori. Cherubini, nato a Roma il 28 febbraio 1974, aveva infatti frequentato quelle stesse stanze, crescendo in un ambiente che Conti conosce meglio di chiunque altro, e che oggi piange uno dei suoi figli più combattivi.

Una carriera tra serie A, Under 21 e la maglia della Nazionale

Cresciuto nelle giovanili del Monza, l’esordiente difensore aveva poi compiuto il salto di qualità debuttando in serie A con la Reggiana, prima di approdare nella Roma nella stagione 1995. Non fu un’esperienza lunga né trionfale – in giallorosso trovò spazio in modo discontinuo – ma bastò per lasciare un’impronta indelebile in chi, come i tifosi di allora, lo ricorda come un professionista serio e mai domo. Il suo curriculum, però, non si esaurisce certo tra le mura dell’Olimpico: Cherubini ha vestito anche le maglie di Vicenza e di altre realtà del calcio italiano, accumulando quella silenziosa esperienza di campo che spesso sfugge ai riflettori ma che costituisce l’ossatura del nostro campionato.

Il capitolo più luminoso della sua carriera, senza dubbio, lo scrisse indossando la maglia azzurra dell’Under 21. Con quella selezione, guidata da tecnici attenti al talento e alla disciplina, Cherubini collezionò cinque presenze, ma una in particolare pesa come un macigno di gioia: la vittoria agli Europei di categoria del 1994. In quella squadra, è bene ricordarlo, c’erano nomi destinati a diventare leggendari, come Fabio Cannavaro, Christian Panucci, Filippo Inzaghi e Christian Vieri. Condividere lo spogliatoio con quel gruppo non era un dettaglio, ma il segnale di una generazione di calciatori italiani capace di esprimere un gioco moderno e determinato.

La malattia, l’aneurisma e una vita sempre in bilico

Ciò che rende il racconto della sua esistenza diverso da quello di tanti altri atleti è una costante, mai nascolta anzi quasi sempre dichiarata con franchezza: l’instabilità fisica. Prima l’aneurisma, quello stesso che lo colse mentre si trovava in campo e che avrebbe potuto stroncarlo sul colpo, poi la lunga malattia che ne ha minato lentamente le forze. «Una vita a 220 km all’ora», ha scritto Battisti, e non c’è espressione migliore per descrivere l’esistenza di chi ha imparato a convivere con il rischio quotidiano, sempre sospeso tra un allenamento e una visita medica, tra un tackle vincente e un campanello d’allarme.

L’ambiente calcistico, dai tifosi della Roma a quelli delle squadre in cui ha militato, ha reagito con un cordoglio che non si limita alla formalità del messaggio di circostanza. Perché Cherubini, forse, rappresentava quella categoria di sportivi che non hanno mai smesso di lottare, anche quando il pallone aveva smesso di rotolare. E la sua scomparsa, avvenuta dopo un ricovero d’urgenza a Tor Vergata, chiude una vicenda umana e sportiva segnata da una rara, quanto struggente, fragilità trasformata in coraggio.

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