Gianluca Cherubini, il calciatore che sfidò il destino, si spegne a 52 anni dopo una lunga malattia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il mondo del calcio, si sa, è spesso raccontato attraverso i suoi riflettori, quelli che illuminano le carriere lineari e trionfali; ma esiste un’altra dimensione, più silenziosa eppure altrettanto autentica, fatta di uomini che hanno vissuto ogni partita come se fosse l’ultima, e per Gianluca Cherubini questa metafora si è rivelata tragicamente letterale. L’ex difensore e centrocampista, nato a Roma il 28 febbraio del 1974, si è spento mercoledì 1° aprile all’ospedale di Tor Vergata, dove era stato ricoverato da tempo a causa di condizioni di salute ormai irrimediabilmente compromesse. A dare l’annuncio, con un post che ha scosso i suoi ex compagni e gli appassionati più attenti, è stato l’amico Alessandro Battisti, ex capitano del Chieti e oggi direttore sportivo, il quale lo ha salutato con parole che fotografano un’esistenza vissuta senza mai abbassare la guardia: «Non ci sono parole... Una vita a 220 km all’ora, sempre in bilico, sempre sull’orlo del burrone».

Dalle giovanili della Roma alla serie A, passando per quella nazionale under 21 che vinse l’europeo

Cherubini aveva fatto tutta la trafila nel settore giovanile del club giallorosso – lo stesso che lo avrebbe poi visto esordire tra i professionisti – e proprio da quelle radici arriva il ricordo più toccante firmato da Bruno Conti. Il dirigente della Roma, prossimo a lasciare i colori che ha rappresentato per oltre mezzo secolo, ha voluto omaggiare l’ex calciatore con un messaggio asciutto e sincero: «Ti voglio ricordare in tutta la tua crescita nel settore giovanile. Rip Gianluca». Non fu solo un prodotto del vivaio romano, però; la sua carriera lo portò a vestire altre maglie importanti, a cominciare da quelle del Monza e della Lodigiani nelle giovanili, prima dell’approdo alla Reggiana. Con gli emiliani Cherubini esordì in serie B nella stagione 1992/1993, guadagnandosi poi la promozione e due campionati consecutivi nella massima serie, quelli del 1993/1994 e 1994/1995. In seguito indossò anche le casacche del Vicenza e, naturalmente, della Roma.

Quell’aneurisma in campo e la malattia che non gli ha mai dato tregua

A rendere la sua storia così lontana dai cliché del calciatore rampante fu proprio la fragilità fisica che lo accompagnò per gran parte della vita. Cherubini giocò sempre con la consapevolezza di avere un conto in sospeso con la salute: un aneurisma, scoperto quasi per caso durante un controllo di routine dopo un match, lo costrinse a subire interventi delicati e a convivere con l’incertezza quotidiana. Una condizione, quella di «una vita sempre in bilico» citata dall’amico Battisti, che lo portò addirittura a cancellare – almeno nelle intenzioni – il suo stesso passato di professionista, come se volesse mettere una pietra sopra agli anni trascorsi sui campi per abbracciare un’esistenza più riservata. Eppure, nonostante le difficoltà, Cherubini trovò la forza di partecipare nel 2011 al film ‘Don Pierino’ di Andrea Sbarretti, una parentesi artistica lontana dal rettangolo verde che raccontava un’altra delle sue sensibilità.

L’europeo under 21 vinto con Cannavaro, Panucci, Inzaghi e Vieri

Chi lo ha incrociato sui campi di serie A o nei ritiri della Nazionale ricorda un giocatore di sostanza, non certo uno da copertine patinate, ma dotato di una reattività che gli permise di togliersi soddisfazioni importanti. Tra queste spicca la convocazione in Nazionale Under 21, dove collezionò cinque presenze e – particolare tutt’altro che trascurabile – la vittoria agli Europei di categoria del 1994. In quella spedizione trionfale, che lanciò nel calcio dei grandi una generazione di fenomeni, Cherubini condivise lo spogliatoio con nomi destinati a diventare leggendari: Fabio Cannavaro, Christian Panucci, Filippo Inzaghi e Christian Vieri solo per citarne alcuni. Un gruppo di ragazzi che portarono l’Italia sul tetto d’Europa, e lui ne fu parte attiva, seppur senza mai cercare la luce dei riflettori. La sua parabola, chiusasi a soli 52 anni, restituisce l’immagine di un uomo che non smise mai di lottare, dentro e fuori dal campo, fino all’ultimo respiro nella corsia di un ospedale romano.

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