Christa Pike sopravvive all’iniezione letale: le tre ipotesi dell’esperto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Christa Pike è sopravvissuta all’iniezione letale con pentobarbital con cui il Tennessee avrebbe dovuto eseguire la sua condanna a morte il 30 settembre 2026. Dopo due somministrazioni del farmaco, la donna era ancora viva ed è stata trasferita in ospedale, dove i suoi avvocati hanno riferito che si trova in condizioni critiche e riceve cure mediche salvavita. L’esecuzione fallita ha aperto interrogativi immediati sul protocollo utilizzato e sulle ragioni per cui una quantità di barbiturico destinata a provocare la morte non abbia prodotto l’effetto previsto.

Le tre possibili spiegazioni sul mancato effetto del pentobarbital

A indicare tre ipotesi mediche è Giorgio Sesti, docente di Medicina interna alla Sapienza di Roma, interpellato da Adnkronos Salute. La prima riguarda la quantità effettivamente somministrata: negli Stati americani che ricorrono a questo metodo il pentobarbital viene impiegato a dosaggi tossici letali, mentre nel caso della detenuta potrebbe non essere entrata nell’organismo una quantità adeguata. Il problema, in questa eventualità, non sarebbe quindi l’assenza di attività farmacologica della sostanza, ma una dose effettiva insufficiente a determinare l’esito previsto dal protocollo.

La seconda spiegazione riguarda invece la modalità di somministrazione e, in particolare, l’accesso venoso. Una difficoltà nell'inserimento o nel mantenimento della linea potrebbe aver fatto finire parte della sostanza fuori dalla vena, riducendone l’efficacia. Durante la procedura i testimoni hanno riferito che la detenuta lamentava fastidio a un braccio e che, dopo la somministrazione, continuava a respirare producendo forti rumori simili a un russare. I suoi legali avevano sollevato proprio il problema della difficoltà di accesso alle vene tra i rischi associati all’esecuzione.

La terza possibilità indicata dal medico chiama in causa direttamente le condizioni del farmaco. Il pentobarbital potrebbe essere stato degradato, scaduto oppure conservato in maniera non corretta, circostanze che possono incidere sulla sua efficacia. Sesti parla, rispetto alle possibili cause, di una sottovalutazione o persino di negligenza, sottolineando che una procedura di questo tipo dovrebbe almeno evitare agonie e sofferenze ulteriori. Il docente definisce quanto accaduto un dramma che, nella sua valutazione personale ed etica, arriva a configurarsi come una forma di tortura.

Cosa provoca un’intossicazione da barbiturici

Dal punto di vista clinico, l’effetto osservato viene accostato dall’esperto a quello di un grave avvelenamento da barbiturici. Queste sostanze deprimono il sistema nervoso centrale e, quando assunte in quantità elevate, possono provocare un progressivo torpore, uno stato di sopore sempre più profondo, perdita di coscienza e infine coma. Il fatto che un dosaggio non produca immediatamente la morte non significa quindi che sia privo di conseguenze: l’intossicazione può essere estremamente grave e richiedere un intervento medico d’urgenza.

Il pentobarbital appartiene alla classe dei barbiturici ed è utilizzato nei protocolli di esecuzione di diversi Stati americani. Il suo impiego nelle iniezioni letali è stato oggetto di controversie anche prima di questo episodio, soprattutto per gli interrogativi sulle sofferenze che possono accompagnare la procedura. Una revisione federale del 2025 aveva esaminato anche il rischio che la sostanza potesse provocare edema polmonare, mentre i sostenitori del protocollo hanno sostenuto che il farmaco determini rapidamente uno stato di incoscienza.

Il Tennessee sospende le esecuzioni e ordina un’indagine

Il governatore Bill Lee ha reagito ordinando una revisione completa affidata a una parte terza, con l’obiettivo di accertare che cosa sia avvenuto nella camera della morte. Il Dipartimento di Correzione dello Stato sostiene invece di avere seguito tutti i passaggi del protocollo autorizzato e ha precisato che la procedura non consentiva ulteriori interventi una volta completate le operazioni previste. La vicenda assume un peso particolare anche perché si trattava del primo tentativo del Tennessee di mettere a morte una donna da oltre due secoli.

La condannata aveva 18 anni quando, nel 1995, partecipò all’uccisione della diciannovenne Colleen Slemmer a Knoxville e ricevette la pena capitale l’anno successivo. Nei ricorsi per ottenere la commutazione della condanna in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale, i difensori avevano documentato una storia di violenze e abusi subiti durante l’infanzia, oltre a diagnosi ricevute in carcere di disturbo bipolare e disturbo post-traumatico da stress. La richiesta di clemenza era stata respinta pochi giorni prima dell’appuntamento nella camera della morte.

La decisione del governatore produce anche una conseguenza immediata sul calendario delle pene capitali nello Stato: l’esecuzione di Gary Wayne Sutton, fissata per il 3 dicembre, non verrà effettuata nel 2026. Sutton era stato condannato per gli omicidi del 1992 dei fratelli Tommy Griffin e Connie Branam. Il provvedimento lascia così sospesa l’unica altra esecuzione che il Tennessee aveva programmato entro la fine dell’anno mentre viene avviata la verifica indipendente sulle procedure adottate.

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