Garlasco, Stasi lascia Bollate: l'affidamento in prova e il rebus giudiziario della revisione
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Redazione Interno
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L’ha fatta franca, per così dire, approfittando di un accesso secondario mentre i riflettori erano puntati altrove: Alberto Stasi, il 41enne condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, ha lasciato il carcere di Bollate nella mattinata di sabato 13 giugno. Era l’epilogo annunciato dopo il via libera del Tribunale di Sorveglianza di Milano all’affidamento in prova ai servizi sociali, un provvedimento che, a dispetto della tensione mediatica accumulatasi in oltre un decennio, è stato eseguito quasi in sordina.
Uscito tra le 10 e le 11, l’ex studente ha così eluso il cordone di troupe e giornalisti che da ore presidiavano invano il varco principale della casa di reclusione, dando attuazione pratica a una decisione maturata nelle aule di giustizia già nelle ore precedenti.
Le condizioni che hanno aperto la porta
La concessione dell’affidamento – va ricordato – non rappresenta un atto dovuto, ma rientra in quel “percorso naturale” che il sistema penitenziario riserva ai detenuti i quali, come nel caso di Stasi, abbiano accumulato un residuo di pena inferiore ai quattro anni.
A pesare sul giudizio positivo del Tribunale, presieduto da Marcello Bortolato, è stato innanzitutto il parere favorevole espresso dalla Procura Generale: i magistrati hanno valorizzato la buona condotta serbata dall’uomo durante la detenzione, le positive relazioni tratteggiate dagli educatori di Bollate e – particolare tutt’altro che secondario – l’astensione da interviste pubbliche dopo il clamore suscitato da un’apparizione televisiva concessa nel marzo del 2025.
Stasi, che da più di un anno beneficiava già del regime di semilibertà (potendo uscire per motivi di lavoro con l’obbligo di rientro serale), si è anche presentato all’udienza riservata tenutasi venerdì, confermando di aver accettato formalmente la sentenza definitiva. Un’accettazione che, sebbene non equivalga a una confessione (l’innocenza è stata sempre ribadita dai suoi legali), costituisce un tassello obbligato nel percorso rieducativo richiesto dalla legge.
L’incognita della revisione e le sue ricadute
Mentre Stasi si reinserisce – presumibilmente in un comune dell’hinterland milanese dove lavora come contabile – la macchina della giustizia non si ferma sulla scia dei nuovi sviluppi investigativi. L’affidamento in prova, è bene sottolinearlo, non ha alcuna correlazione giuridica con l’altra pista calda dell’inchiesta: quella che vede indagato Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, per il quale la Procura di Pavia ha ipotizzato un omicidio volontario aggravato dalla crudeltà.
La difesa di Stasi, rappresentata dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, ha già annunciato l’intenzione di accelerare i tempi per la presentazione di un’istanza di revisione del processo alla Corte d’Appello di Brescia, basandosi proprio sugli elementi raccolti in questa nuova indagine che ridisegnerebbe la scena del crimine. Tuttavia, a oggi, si tratta di due binari distinti: da un lato l’espiazione della pena (che si concluderà simbolicamente nel 2028), dall’altro la possibilità – ancora tutta da verificare – di cancellare una condanna divenuta irrevocabile.
Le prescrizioni e un futuro sotto osservazione
Per quanto uscito fisicamente dalle mura di Bollate, Stasi non è certo un uomo libero nel senso comune del termine. Il provvedimento dell’affidamento in prova comporta una serie di paletti rigidi: dovrà rispettare un orario di rientro, limitare gli spostamenti sul territorio nazionale e mantenersi attivo lavorativamente, rimanendo sottoposto alla supervisione costante dei servizi sociali. Una eventuale, anche minima, violazione di queste prescrizioni potrebbe comportare la revoca immediata del beneficio e il ritorno in cella.
Intanto, la famiglia Poggi – tramite i propri legali – ha preso atto della decisione con sobrietà, ribadendo che la condanna “resta, sia formalmente che sostanzialmente” e che a loro interessa che le sentenze “abbiano accertato la verità sull’omicidio di Chiara”. Una verità che, a quasi diciannove anni dai fatti di Garlasco, continua a essere al centro di un intrico giudiziario senza precedenti, dove un uomo esce dal carcere mentre un altro rischia di entrarvi per lo stesso delitto.




