Sofia Di Vico, i pm indagano su cibo e soccorsi: “Bisogna capire se il piatto è stato contaminato”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio si è rotto solo alla fine, con un applauso lungo e il rumore dei palloni da basket che rimbalzano sul sagrato. Ieri nella chiesa dell’Annunziata, a Maddaloni, in provincia di Caserta, è stato celebrato il funerale di Sofia Di Vico, la quindicenne morta dopo una cena a Ostia Lido. C’erano le compagne di squadra, con la palla tra le mani, le magliette con il numero 30, la famiglia; un saluto semplice, senza enfasi, in cui il basket è stato più di un semplice sport, diventando il filo conduttore di un addio collettivo. La procura di Roma, intanto, prosegue serrata l’inchiesta per omicidio colposo, cercando di fare luce sugli ultimi istanti di vita della giovane cestista, deceduta giovedì scorso all’ospedale Grassi a causa di uno choc anafilattico scatenato dalla sua grave allergia alle proteine del latte.

L’autopsia e il sequestro nella struttura

Sul piatto – letteralmente – ci sono le uova strapazzate e i fagiolini consumati quella sera dalla ragazza nel ristorante del camping Village Capitol, dove la squadra della Unio Basket Maddaloni alloggiava per il torneo “Mare di Roma Trophy in Pink”. Si tratta di pietanze che, in linea teorica, non dovrebbero contenere latticini; tuttavia, gli inquirenti – coordinati dal pm Daria Monsurrò – non escludono affatto la pista della contaminazione, magari dovuta a una padella o a una pentola non perfettamente pulita. La Asl Roma 3, su disposizione della magistratura, ha già posto sotto sequestro non solo la cucina della struttura, ma anche tutte le stoviglie e le pentole utilizzate per preparare la cena. L’obiettivo è verificare se residui di caseina – una proteina del latte che non si denatura nemmeno alle alte temperature – siano entrati in contatto con il cibo della quindicenne, magari in modo del tutto accidentale.

Il rebus dei soccorsi e l’adrenalina

Ma c’è anche un secondo fronte caldo, altrettanto delicato, che gli investigatori stanno setacciando: quello relativo ai soccorsi. Secondo le prime ricostruzioni, il padre di Sofia – che si trovava con lei – ha immediatamente capito la gravità della situazione e le ha somministrato l’adrenalina auto-iniettabile che la ragazza portava sempre con sé, un’accortezza fondamentale vista la sua condizione. Tuttavia, l’arrivo dell’ambulanza non è bastato a scongiurare il tragico epilogo. Da quanto si apprende, il primo mezzo del 118 giunto sul posto non aveva a bordo un medico rianimatore; una seconda ambulanza, con a bordo la figura specialistica, sarebbe arrivata solo dopo circa quindici minuti. I pm vogliono ora accertare se questo lasso di tempo – e l’assenza temporanea di un rianimatore – abbia influito in maniera determinante sulle possibilità di sopravvivenza della giovane, la cui ultima frase, prima di perdere conoscenza, è stata un angosciante “Non respiro”.

Un dolore che scuote la provincia

A Maddaloni, dove la famiglia Di Vico è molto conosciuta (il padre è un commercialista, la madre una fisioterapista), il lutto è stato vissuto in modo corale, con la proclamazione del lutto cittadino. Durante la funzione religiosa – officiata dal vescovo di Caserta Pietro Lagnese – le compagne di squadra hanno indossato la maglia numero 30 di Sofia, mentre i palloni da basket rimbalzavano all’esterno come un singolare e toccante tributo. Nell’omelia, monsignor Lagnese ha invitato i presenti a guardare all’evento con gli occhi della fede, sottolineando come “questa è la Pasqua di Sofia”. Oggi, intanto, per i compagni della seconda C del liceo scientifico “Nino Cortese” è previsto il ritorno in classe: un rientro pesante, silenzioso, con un posto vuoto che – hanno detto i compagni – parlerà più di mille parole.

Le verifiche tecniche in corso

Per cercare risposte certe, gli investigatori dovranno attendere i risultati degli esami autoptici disposti dalla procura e delle analisi istologiche sui tessuti prelevati. Parallelamente, i tecnici della Asl stanno analizzando i campioni di cibo e le superfici della cucina sequestrata, mentre gli accertamenti proseguono anche sul funzionamento del farmaco salvavita che il padre ha tentato di somministrare. La salma della ragazza, dopo l’autopsia, è già stata restituita alla famiglia e riportata a casa, dove l’abbraccio dei parenti e degli amici si mescola ora alla rabbia e alla richiesta di giustizia. “La mia bimba è tornata finalmente a casa – ha dichiarato il padre in una recente intervista – chi ha commesso errori paghi”. Non ci sono, per ora, indagati formalmente iscritti nel registro degli indagati, ma l’attenzione della procura resta altissima su tutte le figure che, a vario titolo, avevano il dovere di proteggere la salute della giovane atleta.

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