La guerra entra nel vivo, Teheran brucia e l’Italia schiera la fregata verso Cipro
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Redazione Esteri
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L’ottavo giorno di ostilità si apre con una nuova, massiccia ondata di bombardamenti israeliani nel cuore dell’Iran. Le Forze di difesa israeliane hanno fatto sapere, attraverso un comunicato diffuso nelle prime ore della mattina, di aver messo a segno una serie di attacchi definiti di "grande ampiezza" contro obiettivi governativi e infrastrutture strategiche a Teheran. Fonti militari citate dalla stampa internazionale parlano dell'impiego di oltre ottanta velivoli da caccia in questa sola fase dell'operazione, un numero che, se confermato, testimonerebbe la portata senza precedenti dell’offensiva in corso. Tra i bersagli centrati, secondo le ricostruzioni che filtrano dal teatro bellico, ci sarebbero installazioni militari, depositi di missili e lanciatori, ma anche strutture aeroportuali; immagini non verificate mostrano infatti una densa colonna di fumo levarsi dall’aeroporto internazionale di Mehrabad, nella capitale. Sul versante opposto, la risposta di Teheran non si è fatta attendere: l’Iran ha rivendicato il lancio di una "nuova e massiccia ondata di droni e missili" diretta non solo verso Israele – con obiettivi dichiarati nel "cuore dei territori occupati" – ma anche contro basi americane dislocate in diversi paesi dell’area, a riprova di una escalation che ormai travalica i confini dei due contendenti principali e rischia di incendiare l’intera regione.
Il nodo della successione e lo scontro interno al regime
La morte della guida suprema Ali Khamenei, avvenuta nei primi giorni dei raid congiunti israelo-statunitensi, ha aperto una fase di turbolenza politica che si innesta sulla crisi militare. Se da un lato il regime, attraverso i suoi canali ufficiali, cerca di mostrare una facciata di ordinata continuità, dall'altro emergono crepe profonde nel suo edificio di potere. Il processo di successione, già di per sé un passaggio delicatissimo per la Repubblica islamica, si trova ora a dover fare i conti con pressioni interne ed esterne senza precedenti. Il nome del figlio del leader scomparso, Mojtaba Khamenei, era circolato come possibile erede, ma la sua figura – si mormora – non godrebbe dell’appoggio unanime delle fazioni che contano, in particolare non convincerebbe del tutto quella parte del clero che vede con sospetto una trasmissione ereditaria del potere, e nemmeno i pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, che potrebbero puntare a un ruolo più centrale per sé in questa fase convulsa. Le parole del presidente americano Donald Trump, il quale in un'intervista ha parlato di volere una "resa incondizionata" ma ha anche lasciato intendere che una qualche forma di governo religioso potrebbe sopravvivere, purché garantisca equità e rapporti distesi con l'Occidente, gettano ulteriore incertezza sull'evoluzione della leadership iraniana, rendendo Mojtaba Khamenei di fatto un nome inaccettabile per Washington.
L’Italia si muove nel Mediterraneo orientale
Sul piano della mobilitazione internazionale, l’Italia ha mosso i suoi primi passi concreti. La fregata missilistica Federico Martinengo è salpata da Taranto con destinazione Cipro, un'isola che si trova sempre più sulla linea del fronte. Il governo italiano, in coordinamento con altri partner europei come Francia e Grecia, ha deciso di rafforzare la propria presenza navale nel Mediterraneo orientale. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato contribuire alla difesa dello stesso Cipro, la cui sovranità è stata messa alla prova da attacchi – o tentativi di attacco – che hanno preso di mira installazioni britanniche presenti sull’isola; dall’altro, proteggere la libertà di navigazione in un tratto di mare cruciale per i flussi commerciali e energetici. Il contesto bellico, va ricordato, ha già avuto conseguenze tangibili anche su infrastrutture sensibili: un attacco ha colpito una base della missione Unifil in Libano, ferendo alcuni caschi blu, un episodio che sottolinea quanto sia labile il confine che separa le forze internazionali di interposizione dagli scontri veri e propri.
Guerra totale e colpi bassi: l’allargamento del conflitto
Mentre gli aerei continuano a colpire e le sirene risuonano in più capitali mediorientali, la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l'allargamento del conflitto. Non si tratta più soltanto di uno scontro diretto tra Israele e Iran, ma di un confronto che sta ridisegnando gli equilibri di potere nell'intera area. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha dichiarato di aver intercettato un missile balistico diretto verso una delle sue basi aeree che ospita personale americano, e di aver abbattuto diversi droni che minacciavano un suo giacimento petrolifero. Un gesto di difesa che suona anche come un monito: Riyadh, pur non volendo essere trascinata nel conflitto, non tollererà violazioni del suo territorio. Le ripercussioni si fanno sentire a tutti i livelli, persino in quelli più inaspettati: circolano voci su possibili difficoltà nell'approvvigionamento di gas elio, un componente cruciale per il funzionamento di apparecchiature diagnostiche come le risonanze magnetiche, un effetto indiretto ma significativo delle tensioni nel Golfo. Le diplomazie europee tentano di muoversi, con una call dei vertici Ue e leader mediorientali in programma, ma i margini di manovra appiono stretti di fronte alla determinazione dei belligeranti. La Russia mantiene canali aperti con Teheran, mentre dagli Stati Uniti arrivano accuse a Mosca e a Pechino di fornire, in vario modo, assistenza – intelligence, pezzi di ricambio, supporto finanziario – al regime degli ayatollah, complicando ulteriormente un quadro geopolitico già di per sé esplosivo.




