Lo stretto di Hormuz è aperto, ma l’Iran avverte: "Colpiremo solo le navi di Usa e Israele"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel settimo giorno di ostilità che hanno infiammato il Golfo Persico, trasformandolo in un teatro di guerra dai contorni sempre più ampi, Teheran ha rotto il silenzio con una dichiarazione che prova a delineare i confini, per quanto labili, del conflitto in corso. Il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, è intervenuto per chiarire la posizione della Repubblica Islamica riguardo alla più cruciale via d'acqua della regione, quello stretto di Hormuz attraverso il quale transita quotidianamente una percentuale significativa del petrolio mondiale. "Controlliamo lo stretto", ha dichiarato Shekarchi, "ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo". Un annuncio che, a una prima lettura, potrebbe suonare come un tentativo di normalizzare una situazione che normalissima non è, visto che da giorni ormai il traffico commerciale nella zona risulta di fatto paralizzato. Ma è nel prosieguo delle sue dichiarazioni che si cela il nodo centrale della nuova strategia comunicativa, e forse militare, iraniana: il transito sarà consentito, certo, ma con un distinguo fondamentale che riguarda due nazioni nello specifico.

La minaccia selettiva e il monito al traffico commerciale internazionale

Le navi battenti bandiera statunitense e israeliana, ha puntualizzato il portavoce, "saranno prese di mira dalle forze armate iraniane". Una precisazione che arriva come un fulmine a ciel sereno per le marine militari e mercantili di quei due Paesi, e che di fatto introduce un elemento di discriminazione attiva in una delle rotte commerciali più trafficate e strategiche del pianeta. Non si tratta, però, di una semplice promessa di attacco mirato. Shekarchi ha aggiunto un tassello ulteriore, quasi una clausola liberatoria che complica ulteriormente il quadro per gli armatori e i governi di tutto il mondo. L'Iran, ha tenuto a sottolineare, "non può fornire alcuna garanzia sulla sicurezza delle navi di tutti i Paesi". E ancora: se altre imbarcazioni, di nazionalità diverse da quelle esplicitamente nominate, dovessero comunque avventurarsi in quelle acque, "la responsabilità di qualsiasi incidente sarà loro, a causa della situazione di guerra". Un messaggio chiaro e al tempo stesso ambiguo, che sposta il rischio e l'onere della decisione sulle spalle dei singoli comandanti e delle compagnie di navigazione, i quali ora si trovano a dover valutare se l'attraversamento valga la candela, considerato che qualsiasi nave, in un contesto di ostilità aperte, potrebbe essere scambiata per un obiettivo legittimo o finire nel fuoco incrociato.

Il blocco di fatto e i numeri del collasso dei traffici

Del resto, che la situazione sul terreno sia ben diversa da una riapertura dei battenti lo confermano i dati oggettivi, raccolti da istituti di monitoraggio indipendenti come Lloyds List Intelligence. Da quando, il primo marzo, sono iniziati i raid coordinati da Stati Uniti e Israele, il flusso di navi attraverso l'imbuto di Hormuz si è sostanzialmente azzerato. Le rilevazioni parlano chiaro: nessuna imbarcazione con stazza superiore alle diecimila tonnellate è transitata per lo stretto a partire dal tre marzo. Un silenzio commerciale assordante, se paragonato alla media del periodo pre-conflitto, quando solo nei primi giorni di febbraio le navi transitate in entrambe le direzioni erano state ben 561. Nelle ultime quarantotto ore, quelle poche unità di grosso tonnellaggio che sono riuscite a uscire dal Golfo, e si contano sulla punta delle dita, appartenevano per la maggior parte alla cosiddetta "flotta fantasma" o erano comunque imbarcazioni già sottoposte a sanzioni e legate a interessi della stessa Teheran. Un quadro che delinea una paralisi quasi totale, con circa un migliaio di navi ferme in rada o in attesa al largo, un capitale immobilizzato che, solo considerando gli scafi, supera i 25 miliardi di dollari. Una situazione di stallo che, al netto delle dichiarazioni di facciata, racconta di uno stretto di fatto inaccessibile per il commercio globale "regolare".

La replica di Trump e l'allargamento del conflitto

Sul fronte opposto, la risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere, ed è arrivata con la consueta veemenza verbale dal profilo Truth del presidente Donald Trump, che mai come in questa circostanza si è dimostrato inflessibile. L'Iran, ha scritto, sarà colpito "molto duramente" proprio nella giornata odierna, e non solo: l'amministrazione statunitense sta valutando seriamente di "allargare a nuovi bersagli" la campagna di attacchi, prendendo in considerazione aree e gruppi di persone che fino a questo momento erano rimasti esclusi dalla lista degli obiettivi. Una minaccia grave, che evoca scenari di distruzione più estesa e che segue di poche ore un'altra dichiarazione, altrettanto pesante, in cui il presidente Usa definiva l'Iran non più il "bullo del Medio Oriente", bensì il "perdente", destinato a rimanere tale per decenni, fino a una resa o, ipotesi da lui ritenuta più probabile, a un collasso totale. Parole che riecheggiano in un contesto già incandescente, dove gli attacchi si susseguono senza sosta e dove l'unica certezza, al momento, sembra essere l'assenza di qualsiasi via d'uscita diplomatica immediata. Il settimo giorno di guerra si apre dunque con una dichiarata riapertura condizionata di Hormuz da parte iraniana, e con la promessa di un allargamento del conflitto da parte americana, lasciando il commercio mondiale e gli equilibri energetici in una sospensione carica di tensione e di incognite.

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