Catene e grugniti, una sentenza politica si consuma a Budapest
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Redazione Esteri
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Quando il giudice pronuncia le condanne in ungherese, nessuno sembra reagire; il silenzio, denso e ostile, permane anche dopo la traduzione in tedesco, dividendosi in modo netto tra gli estremisti di destra, da un lato, e gli antifascisti giunti dalla Germania, dall’altro. Il verdetto, che ha inflitto otto anni di reclusione a Maja T., sette all’italiano Gabriele Marchesi e due con la sospensione ad Anna M., si è così materializzato in un gelo carico di implicazioni politiche, tanto che la pena più severa è stata comminata per il reato di “lesioni capaci di causare un pericolo di vita”. La vicenda, che ha visto Maja T. detenuta a Budapest dal giugno dell’anno scorso, si colloca in un contesto giudiziario che osservatori internazionali definiscono da tempo come problematico e strumentale, specialmente a ridosso di scadenze elettorali cruciali per il regime di Orban.
Il percorso giudiziario e le accuse
La condanna, formalmente per “aggressione aggravata” con l’uso di un martello contro cittadini ungheresi considerati vicini all’area fascista, rappresenta l’epilogo – almeno di primo grado – di un procedimento che ha attirato critiche feroci per la sua presunta natura di processo-farsa. Marchesi, condannato in contumacia, è stato giudicato insieme agli altri due imputati quale presunto “membro di un’organizzazione criminale”, un’accusa gravosa che ha permesso di imbastire un quadro di colpevolezza associativa. Il parallelismo con il caso di Ilaria Salis, l’attivista italiana poi liberata su cauzione ed eletta al Parlamento europeo, è inevitabile e getta un’ombra lunga sulle differenze di trattamento e sulla possibile matrice politica di simili vicende giudiziarie.
La battaglia familiare e le incongruenze
Dall’altra parte della cortina processuale, la famiglia di Maja T., che usa il femminile pur essendo la persona non binaria, conduce da mesi una strenua battaglia per i diritti della figlia. Wolfram Jarosch, il padre, ha denunciato senza sosta quella che definisce una “sentenza politica”, organizzando manifestazioni, scrivendo appelli e persino intraprendendo una marcia solitaria verso Berlino per attirare l’attenzione su un’estradizione verso l’Ungheria che la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe aveva già giudicato illegale. La sua presenza in aula, insieme al resto dei familiari, ha sottolineato il profondo scollamento tra la narrazione ufficiale delle autorità ungheresi e le percezioni di chi vede nella condanna un atto di repressione ideologica.
Un quadro giudiziario sotto accusa
Il processo, celebrato a pochi mesi dalle elezioni politiche ungheresi, si inserisce in una lunga serie di procedimenti contro attivisti di sinistra che le organizzazioni per i diritti umani considerano viziati da irregolarità e da un chiaro intento politico. Le condanne, emesse in un clima di polarizzazione estrema, pongono interrogativi spinosi sull’indipendenza della magistratura e sul rispetto delle garanzie difensive, sollevando il velo su un sistema che sembra utilizzare il diritto penale come arma contro dissidenti e oppositori. La freddezza con cui la sentenza è stata accolta in aula, priva delle reazioni plateali che spesso accompagnano i verdetti nei processi ad alta tensione, sembra riflettere la rassegnata consapevolezza di assistere a un copilot già scritto, i cui esiti appaiono slegati dalle prove e dalle dinamiche processuali tipiche degli stati di diritto.
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