Rio Branco, il sangue tra i banchi di scuola: il 13enne spara al personale e poi si consegna

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesima mattina di ordinaria follia ha sconvolto l’Istituto São José, a Rio Branco. Nel cuore dell’Amazzonia occidentale, precisamente nella capitale dello Stato brasiliano dell’Acre, un ragazzo di appena 13 anni – studente della stessa scuola – ha impugnato la pistola.380 del patrigno, sottraendola dalla cassaforte domestica, per trasformare i corridoi della didattica in un campo di battaglia. Il bilancio, destinato a segnare profondamente la comunità scolastica locale, parla di due donne uccise; entrambe facevano parte del personale dell’istituto e, secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia militare, avrebbero perso la vita proprio nel tentativo eroico di fermare l’adolescente. Oltre alle vittime, si contano due feriti – un altro membro dello staff e una studentessa di 11 anni, raggiunta da un proiettile a una gamba – già trasportati e curati nelle strutture ospedaliere della città.

La dinamica dell’attacco e l’uso dell’arma del patrigno

Secondo quanto riferito dal tenente colonnello Felipe Russo, della polizia militare dell’Acre, il tredicenne è entrato nell’edificio e ha iniziato a sparare in un corridoio adiacente all’ingresso della direzione. Non si è trattato di un gesto impulsivo o improvvisato, considerato che il minore aveva pianificato l’accesso all’arma – regolarmente registrata a nome del tutore – portandola con sé all’insaputa della famiglia. La scelta delle vittime, in questo contesto, non appare casuale: a finire sotto il fuoco non sono stati i banchi degli studenti comuni, bensì gli adulti che rappresentavano l’autorità all’interno dell’istituto. Il caos che ne è seguito ha costretto gli altri alunni a barricarsi nelle aule, in una sequenza di attimi di terrore puro raccontati poi dai sopravvissuti alle autorità locali.

L’arresto del minore e la responsabilità penale del genitore

L’epilogo della sparatoria è avvenuto con una modalità che ha sorpreso gli inquirenti: lo stesso autore della strage, esauriti i colpi o forse preso dai sensi di colpa, si è volontariamente consegnato agli agenti intervenuti sul posto. La polizia, tuttavia, non si è limitata a mettere in manette il ragazzo. In un’operazione che sottolinea la severità delle leggi locali sul controllo delle armi, gli agenti hanno proceduto all’arresto anche del patrigno del 13enne. A costui viene contestata la responsabilità oggettiva per il mancato controllo dell’arsenale domestico; la pistola, sebbene custodita, è stata comunque sottratta con facilità dal minore, il quale l’ha utilizzata per commettere l’eccidio. Questo doppio fermo riaccende il dibattito – mai sopito, in Sudamerica – sulla facilità con cui i giovani riescono ad accedere a strumenti di morte nelle loro stesse abitazioni.

Le indagini e i precedenti nel sistema educativo brasiliano

Se la dinamica materiale è stata chiarita in poche ore, il movente resta al centro delle indagini condotte dalla polizia civile, che ha già sequestrato il cellulare dell’adolescente per scandagliare messaggi e profili social. Una delle piste più accreditate, emersa dalle prime testimonianze, fa riferimento a una presunta situazione di bullismo o isolamento sociale che il 13enne avrebbe subito all’interno delle mura scolastiche. L’attacco all’Istituto São José, sebbene scioccante nella sua crudeltà, non rappresenta un caso isolato per il Brasile; basti ricordare che nel settembre del 2025, nello Stato del Ceará, due adolescenti persero la vita in un agguato simile, senza che ciò inducesse a una svolta definitiva nelle politiche di prevenzione. La governatrice dell’Acre, Mailza Assis, ha disposto tre giorni di lutto e sospensione delle lezioni in tutta la regione, mobilitando squadre di supporto psicologico per tentare di ricucire uno strappo che, in realtà, appare più profondo di quanto le semplici parole di circostanza possano riparare.

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