Taranto, sesto arresto per l’omicidio di Bakari Sako: fermato un 22enne nel branco
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Redazione Interno
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Sarebbero potuti bastare i cinque nomi già iscritti nel registro degli indagati – un ventenne e quattro minorenni, questi ultimi con età comprese tra i quindici e i sedici anni – a delineare i contorni di una furia che, a Taranto, ha cancellato la vita di Bakari Sako. E invece, in mattinata, i carabinieri hanno notificato un nuovo fermo: un ventiduenne, divenuto così il sesto componente di quella che le cronache giudiziarie hanno cominciato a definire una banda. L’accusa, anche per lui, è di omicidio aggravato dai futili motivi, la stessa che grava sugli altri fermati nei giorni scorsi. Il giovane rappresenta il secondo maggiorenne del gruppo, mentre per i minorenni – tutti tra i quindici e i sedici anni – le rispettive procure per i minorenni stanno procedendo secondo i loro specifici binari processuali. L’alba di sabato scorso, quando Sako è stato raggiunto e ucciso in piazza Fontana, ha così cominciato a restituire un mosaico indiziario che le indagini – coordinate dalla Procura di Taranto – stanno ancora componendo, frammento dopo frammento.
L’inseguimento, il bar, l’intimazione: la dinamica degli ultimi minuti
Secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni, il trentacinquenne originario del Mali, bracciante agricolo, stava pedalando sulla sua bicicletta quando qualcuno del gruppo lo ha notato. Ne è scaturito un inseguimento, concitato e forse già carico di quella tensione che poi avrebbe trovato il suo sfogo davanti a un locale. Bakari Sako, infatti, avrebbe tentato di mettersi in salvo entrando in un bar, sperando forse che la presenza di altre persone potesse dissuadere i suoi inseguitori. Invece, gli è stato intimato di uscire. E una volta fuori – nessuna via di fuga, nessuna mediazione possibile – si è consumata l’aggressione mortale. La procura, al momento, non ha reso noti i particolari dell’autopsia né l’esatta dinamica dei colpi che lo hanno ucciso, ma l’ipotesi del movente futile – quello che trasforma un litigio o un disprezzo apparentemente immotivato in movente giudiziario – tiene insieme i sei fermi. Uno dei minori, tra l’altro, avrebbe già confessato il proprio coinvolgimento, dichiarando di non dormire da giorni e aggiungendo, con parole che risuonano come un atto d’accusa implicito, che «purtroppo ha vinto il razzismo».
«Neanche un fiore per ricordarlo»: lo sconcerto di don Emanuele Ferro
A raccogliere l’eco di quel silenzio – un silenzio che lui stesso definisce «scioccante» – è don Emanuele Ferro, parroco 48enne della Cattedrale San Cataldo e delle chiese della città vecchia. «Sono qui da undici anni – ha detto – e una cosa simile non l’ho mai vista e vissuta. Non siamo in un luogo pericoloso. Qui ci conosciamo davvero tutti». La sua voce, in questi giorni, è servita a misurare lo scarto tra la consuetudine di un quartiere dove le relazioni sembravano solide e la brutalità di un omicidio che quel tessuto lo ha lacerato. «Sconvolto», ripete, e lo stupore del parroco si appunta su un dettaglio che per lui è diventato il simbolo di un’indifferenza più vasta: «Neanche un fiore per ricordarlo». Nessuna corona, nessun lumino, nessun segno spontaneo. Eppure, a sentire chi lo conosceva, Bakari Sako era un uomo stimato, descritto da più parti come «un bravo ragazzo e soprattutto un amico». La contraddizione – tra la stima personale e l’assenza di un gesto collettivo – è proprio ciò che don Ferro fatica a farsi spiegare.
Le indagini proseguono, sei i soggetti coinvolti tra maggiorenni e minori
A cinque giorni dall’omicidio, il numero delle persone formalmente sotto indagine è salito a sei. I cinque fermati nei giorni precedenti – il ventenne e i quattro minorenni – restano in attesa delle decisioni dei rispettivi giudici, mentre per il ventiduenne appena arrestato scatteranno nei prossimi giorni gli interrogatori di garanzia. Le procure, ognuna per la propria competenza anagrafica, stanno lavorando per ricostruire non solo l’esatta sequenza dei fatti – dall’inseguimento in bicicletta all’intimazione davanti al bar fino all’aggressione mortale – ma anche i ruoli specifici di ciascuno. Si tratta, va detto, di un’indagine delicata, sia per la presenza di più minorenni imputati, sia perché l’accusa di omicidio aggravato dai futili motivi presuppone una ricostruzione precisa del contesto emotivo e relazionale che ha preceduto il delitto. La confessione resa da uno dei minori – quella in cui si parla apertamente di razzismo – potrebbe orientare le indagini anche verso la contestazione dell’aggravante dell’odio razziale, anche se al momento gli inquirenti mantengono il massimo riserbo. Quel che è certo è che, nel quartiere Borgo, tra via Cavallotti, via Nitti e via principe Amedeo, il nome di Bakari Sako continua a circolare di bocca in bocca, e con esso la domanda che nessuno, per ora, sa davvero trasformare in una risposta.




