Biennale di Venezia, la protesta contro il padiglione israeliano sfocia negli scontri: venti nazionali serrano le saracinesche

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Venezia. È bastato un istante, quello in cui la pressione della folla ha superato la tenuta del cordone, per trasformare un pomeriggio di rabbia contenuta in una vera e propria guerriglia urbana, consumatasi davanti alla storica sede dell’Arsenale. La manifestazione, che doveva essere solo l’atto conclusivo della prima giornata di sciopero indetta dai lavoratori della cultura, è degenerata quando un gruppo di dimostranti – oltre tremila secondo le prime stime, sebbene la marea umana fosse in continua espansione – ha tentato di forzare il blocco delle forze dell’ordine. L’obiettivo, nascosto dietro le mura della fortezza medievale, era il Padiglione di Israele, la cui mera esistenza all’interno della rassegna è diventata il detonatore di una delle crisi politiche più gravi mai affrontate dall’istituzione lagunare. Sullo sfondo di una laguna resa irreale dal sole del tramonto, il bilancio di questa giornata parla non solo di manganelli e cariche di alleggerimento, ma di una spaccatura ormai definitiva tra la vocazione universale dell’arte e le urgenze brucianti della cronaca internazionale.

La morsa della tensione, per la verità, era già stretta dalle prime luci dell’alba. L’Arsenale si era risvegliato blindato: un elicottero batteva la zona dall’alto mentre agenti in tenuta antisommossa e uomini in borghese presidiavano ogni varco d’accesso. L’inaugurazione ufficiale del padiglione, alla quale ha presenziato l’ambasciatore israeliano, si è consumata in un clima di assedio, fatta eccezione per la voce isolata di un uomo che scandiva “Palestina libera”. Tuttavia, mentre all’interno si svolgeva il rituale delle cerimonie, all’esterno prendeva forma una mobilitazione dal carattere inedito: per la prima volta nella storia ultracentenaria della rassegna, un vero e proprio sciopero ha paralizzato gran parte della partecipazione nazionale. A terra sono rimaste le saracinesche abbassate di una ventina di padiglioni, un’azione coordinata che ha coinvolto Austria, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi e persino la Svizzera, storicamente neutrale, fino ad arrivare a Turchia e Spagna. La lista, diffusa attraverso i canali Telegram dei collettivi come Global Project e Anga - Art Not Genocide Alliance, è apparsa in continuo aggiornamento nel corso delle ore, suggerendo un effetto domino destinato ad allargare ulteriormente il fronte della contestazione.

Slogan e solidarietà: il corteo prova a sfondare il muro dell’Arsenale

Il corteo, partito intorno alle 16:30 da via Garibaldi, è avanzato compatto scandendo "Free Palestine", mentre al megafono gli organizzatori rilanciavano una richiesta categorica: la chiusura immediata del padiglione israeliano. La colonna, composta da attivisti, studenti e semplici cittadini, ha incontrato la prima linea della polizia nei pressi di campo della Tana. Lì, dove lo slargo si restringe, la tensione è esplosa. Alcuni manifestanti hanno cercato di divaricare le transenne e forzare il cordone, tentando di raggiungere l’area dove è allestita la mostra di Belu Simion Fainaru. La risposta degli agenti è stata immediata e, secondo le testimonianze raccolte, ha compreso l’uso degli sfollagente, necessari a disperdere l’onda d’urto dei corpi che premevano contro lo scudo. Qualche istante di mischia, poi il corteo è stato accerchiato e bloccato, trasformandosi di fatto in un presidio statico che ha impedito il regolare flusso della viabilità. Ma il messaggio, al netto degli scontri, era già stato lanciato con chiarezza: non c’è spazio per la neutralità quando, secondo i contestatori, un’istituzione culturale si presta a quella che viene definita una operazione di "art washing" per coprire il "genocidio in corso in Palestina".

L’ombra della politica e lo spettro delle dimissioni

La giornata di fuoco è coincisa, non certo per caso, con la visita istituzionale alla Biennale del vicepremier Matteo Salvini, giunto in città per visionare alcuni dei cento padiglioni allestiti. Il leader della Lega, muovendosi tra le sale espositive, ha preso le distanze dalle polemiche definendo l’evento "un inno a Venezia e all’arte", ribadendo che l’esposizione "non ha confini né censure". Una dichiarazione che ha suonato come una presa di posizione indiretta nel delicato equilibrio governativo, ma che non ha scalfito la determinazione dei contestatori, i quali vedono nella presenza della delegazione israeliana una rottura della tradizione stessa della Biennale. Non era mai accaduto, del resto, che la giuria internazionale dell’evento si dimettesse in blocco, un atto di rottura che aveva anticipato i disordini di strada e che aveva messo in luce le difficoltà della dirigenza nel gestire le ricadute geopolitiche della kermesse.

Nel silenzio delle sale vuote, a parlare oggi sono solo le saracinesche abbassate di quei venti paesi che hanno scelto lo sciopero. La Biennale, ferita e spaccata, prova a guardare avanti verso l’apertura al pubblico, ma il fumo dei lacrimogeni e le urla delle cariche rimangono impressi nella memoria della città, segnando un solco profondo tra ciò che l’arte dovrebbe raccontare e la realtà violenta che, inevitabilmente, ha finito per trascinare con sé dentro le sale espositive.

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