L'addio alle auto a benzina e diesel slitta, l'Europa ripensa il 2035

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il futuro della mobilità europea, che sembrava ormai scritto nell'ormai lontano piano "Fit for 55" presentato nel luglio 2021 e definitivamente approvato lo scorso anno, sta vivendo una sterzata inattesa, la quale rimette in discussione la misura più simbolica dell'intero "patto verde". Quella che, in una frase, avrebbe dovuto sancire la fine di un'epoca per le automobili con motore a combustione interna a partire dal primo gennaio 2035. Dalle conclusioni del vertice dei leader dell'Unione europea, tenutosi a Bruxelles, non emerge più la determinazione univoca di un tempo; i Ventisette, al contrario, accolgono "con favore l'intenzione della Commissione europea di portare avanti" un'opera di revisione del regolamento sulle emissioni di CO2 per il settore automotive, un esame che dovrà essere completato, significativamente, entro la fine dell'anno in corso. Un segnale politico inequivocabile, che tradisce la percezione di un percorso non più così lineare come si era inizialmente ipotizzato.

Biocarburanti e e-fuel: la nuova geografia degli interessi

A rendere concreta questa possibilità di svolta è l'apertura della Commissione europea verso i cosiddetti carburanti alternativi, i quali potrebbero, in teoria, mantenere in vita la tecnologia dei motori termici anche dopo la fatidica data. Accanto agli e-fuel, i combustibili sintetici su cui si è molto discusso, entrano ora con forza nel dibattito anche i biocarburanti, aprendo uno scenario completamente differente da quello "full electric" concepito a Bruxelles nel 2019. Un progetto, quest'ultimo, che secondo molte voci non sta dando i frutti sperati, visto che le vetture a batteria, in assenza di ecobonus statali particolarmente Corposi, faticherebbero a trovare acquirenti in numero sufficiente a giustificare una transizione così netta e repentina. Si tratta di un cambio di prospettiva che, di fatto, andrebbe a incrinare la visione più radicale del Green Deal.

Le pressioni di Italia e Germania e la reazione delle associazioni

A fare da motore a questo ripensamento è stato un fronte di paesi, guidato in particolare da Italia e Germania, i quali hanno formalmente richiesto una rivedizione delle norme, al punto da ostacolare l'intesa nel corso del Consiglio europeo di ottobre. Una mossa che non è passata inosservata e che ha generato una risposta immediata da un ampio schieramento di associazioni e organizzazioni ambientaliste, le quali – da Legambiente a Greenpeace, fino a Kyoto Club e Transport & Environment – hanno lanciato un appello congiunto ai governi europei affinché non procedano a quello che giudicano uno "smantellamento" del Green Deal. La richiesta italo-tedesca viene da costoro considerata "un grave passo indietro", una mossa che rischierebbe di compromettere irrimediabilmente la transizione industriale e climatica dell'intero continente, rallentando un processo già di per sé complesso.

Il riconoscimento di un percorso in salita

Ciò che emerge, al di là delle posizioni contrapposte, è il riconoscimento formale, da parte delle stesse istituzioni europee, di una realtà dei fatti che non può essere ignorata: le vendite di auto elettriche, semplicemente, non stanno crescendo con la progressione necessaria a giustificare il blocco totale alla commercializzazione delle vetture con motore termico da qui al 2035. La nota conclusiva del vertice, con il suo linguaggio asciutto e politico, racchiude in sé questa considerazione pratica, trasformando una data che sembrava un traguardo irrevocabile in un obiettivo dinamico, soggetto a verifica e potenzialmente modificabile. La transizione ecologica, dunque, si rivela un cammino più articolato del previsto, dove la tecnologia unica lascia il posto a un orizzonte di soluzioni ibride e dove gli interessi economici nazionali dialogano, e a volte si scontrano, con le ambizioni climatiche globali.

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