«Lo strangolamento energetico» di Trump e il nodo delle petroliere russe in rotta verso l’Avana
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La dichiarazione dello «stato di emergenza nazionale» firmata il 29 gennaio da Donald Trump, un atto con il quale si contesta a Cuba di ospitare gruppi terroristici transnazionali e di consentire il dispiegamento di capacità militari di Russia e Cina, ha rappresentato il colpo di maglio su una situazione energetica già in ginocchio -1-3-9. Il presidente degli Stati Uniti, che nelle settimane precedenti aveva già materialmente bloccato le forniture venezuelane dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ha infatti esteso la sua azione unilaterale a qualsiasi paese terzo osi commerciare idrocarburi con l’isola, minacciando dazi sulle merci importate dal suo mercato -4-10. Il risultato immediato, certificato dai dati Kpler e dalle rilevazioni delle agenzie internazionali, è stato azzerare le importazioni cubane di greggio nel mese di gennaio 2026, un evento che non si verificava da oltre un decennio e che ha ridotto le scorte strategiche dell’isola – secondo le stime – a non più di quindici o venti giorni di consumo -1.
Il soccorso di Mosca e il calcolo dei rischi
È in questo quadro di asfissia, acuito dalla sospensione delle forniture messicane sotto la pressione delle minacce tariffarie di Washington, che il Cremlino ha rotto gli indugi -1. Dmitri Peskov, portavoce del presidente russo, ha confermato che Mosca sta definendo con L’Avana le modalità per un invio di petrolio e derivati, un’operazione inquadrata formalmente come aiuto umanitario e della quale, per «ragioni comprensibili», si evitano di divulgare i dettagli operativi -2-8. La partita, va da sé, non è soltanto logistica: la Russia si muove su un terreno minato, sapendo bene che l’ordine esecutivo di Trump non fa distinzione tra forniture commerciali e donazioni, eppure può contare su un paradosso che rende le sue sanzioni meno efficaci. I rapporti commerciali tra Mosca e Washington, ormai ai minimi termini per via dei precedenti pacchetti restrittivi, lasciano poco spazio a ritorsioni economiche tangibili; di qui la scelta di Peskov di declinare qualsiasi velleità di escalation, rivendicando anzi la necessità di un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, un dialogo che tuttavia non può prescindere dalla «solidarietà storica» verso L’Avana -2-8.
L’isola senza rete e il blocco dei collegamenti aerei
Mentre i diplomatici russi discutono con i loro omologhi cubani il numero di barili che salperanno dai propri terminali, l’isola si scopre ogni giorno più isolata anche dal resto dell’emisfero. La Farnesina italiana, pur senza giungere allo stesso livello di allerta del Foreign Office britannico – che ha sconsigliato qualsiasi viaggio non essenziale – ha aggiornato le proprie raccomandazioni invitando alla prudenza, ma è l’interruzione dei voli commerciali a rappresentare il segnale più tangibile del collasso -5-7. Air Canada, WestJet e Air Transat hanno sospeso le rotte verso l’Avana e le altre destinazioni cubane, organizzando voli vuoti per recuperare alcune migliaia di turisti rimasti a terra, mentre l’aeroporto José Martí ha diramato una nota formale attraverso i canali dell’aviazione civile: l’assenza di jet fuel rende il carburante non commercialmente disponibile almeno fino all’11 marzo -5-6-10. Canada e Gran Bretagna, seguite a ruota da Svezia, Irlanda e Australia, hanno innalzato il livello delle proprie travel advisory al secondo gradino più alto della scala di rischio, quello che suggerisce di evitare ogni spostamento se non strettamente indispensabile -7.
La tenuta sociale e il peso che scricchiola
Alla carenza di carburante si somma la pressione sui bilanci familiari, un aspetto che i dati macroeconomici raccontano solo in parte. Il peso cubano, nel mercato informale dove la valuta circola al di fuori dei canali statali, ha toccato quotazioni che avvicinano i cinquecento pesos per un dollaro, un livello che – al netto delle difficoltà di conversione – allontana qualsiasi possibilità di accesso ai beni importati per chi percepisce lo stipendio medio -9. Le interruzioni elettriche, che non risparmiano neppure i quartieri dell’Avana un tempo privilegiati, scandiscono orari impossibili da programmare, e quando la luce torna per poche ore i generatori privati – per chi può permetterseli – rompono il silenzio delle strade -4. I mercati rionali offrono prodotti a prezzi fuori portata: mezzo chilo di riso può costare l’equivalente di diversi giorni di lavoro, e chi non ha accesso alle rimesse dall’estero o a qualche attività in valuta convertibile si trova costretto a ridurre drasticamente i consumi, quando non a cercare scarto alimentare tra i rifiuti -9. La macchina statale, nel frattempo, ha annunciato un piano di razionamento della benzina e ridotto la settimana lavorativa a quattro giorni per i dipendenti pubblici, cercando di preservare quel poco che resta per la produzione di tabacco, la sanità e la difesa; una strategia di sopravvivenza che, alla lunga, si scontra con l’assenza di materia prima -10.




