Trump stringe il cappio sull'Avana, l'embargo diventa assedio energetico
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Redazione Esteri
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“La parola ‘strangolare’ è terribilmente dura… Sembra però che il regime cubano sia qualcosa che non riuscirà a sopravvivere”. Con queste parole, inequivocabili nella loro durezza tattica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha delineato la rotta di una politica estera che, tra le altre priorità globali, ha ritrovato un obiettivo preciso: l'Avana. In un momento in cui l'agenda internazionale è carica di dossier complessi, dalla guerra in Ucraina alle trattative per Gaza, l'amministrazione americana ha deciso di dedicare una particolare attenzione a Cuba, considerata un'anomalia storica da risolvere attraverso una pressione economica senza precedenti. La firma di un nuovo ordine esecutivo, che si va ad aggiungere a una lunga serie di provvedimenti similari, non è un gesto isolato ma rappresenta piuttosto il tassello di una strategia deliberata, volta a sfruttare quella che Washington percepisce come la massima vulnerabilità dell'isola negli ultimi decenni.
Il piano: isolamento e consunzione interna
Il cuore della manovra, come rivelano alcune indiscrezioni, risiede in un disegno che punta a ottenere un cambio di regime entro un orizzonte temporale definito, agendo principalmente sul fronte dell'approvvigionamento energetico. L'ordine esecutivo minaccia, infatti, l'applicazione di dazi commerciali a quei paesi che osassero fornire petrolio a Cuba, un colpo potenzialmente mortale per un'economia già stremata. Questo tentativo di isolamento energetico si inserisce in un contesto di fragilità preesistente, aggravato dal crollo delle forniture dalla Venezuela, tradizionale alleato, e da una crisi economica che alimenta un malcontento sociale diffuso. L'obiettivo, quindi, non è un'intervento diretto ma una lenta asfissia, una “consunzione” del sistema che ne provochi il collasso dall'interno, sfruttandone le crepe piuttosto che impattarlo frontalmente.
Le ripercussioni internazionali e il silenzio di Bruxelles
Questa rinnovata offensiva di Trump produce immediati riflessi sullo scacchiere diplomatico, modificando gli equilibri e le priorità anche degli alleati tradizionali. L'Unione europea, che in passato aveva avviato un percorso di normalizzazione dei rapporti con l'Avana, si trova oggi a dover fare i conti con una realtà profondamente mutata. La priorità a Bruxelles non è più, come forse poteva essere un decennio fa, sostenere un processo di apertura, bensì evitare di attirarsi le ire di un'amministrazione americana particolarmente determinata e pronta a colpire con sanzioni commerciali. È in questo clima che persino le istituzioni comunitarie faticano a trovare una posizione unitaria e netta di condanna dell'embargo, un silenzio che parla chiaramente della volontà di non compromettere ulteriormente le relazioni transatlantiche in un momento già delicato.
Un'escalation nella lunga storia dell'embargo
La mossa attuale, sebbene radicale nelle sue potenziali conseguenze, non rappresenta una rottura ma piuttosto un'intensificazione estrema di una politica di embargo che dura da generazioni. Ciò che cambia, in questo frangente, è la percezione di un'opportunità storica da parte di Washington, convinta che le condizioni interne a Cuba siano mature per un cambiamento forzato. La combinazione di pressione esterna, attraverso il taglio delle risorse vitali, e di instabilità interna viene dunque vista come la ricetta per chiudere definitivamente un capitolo. Il linguaggio usato, che evoca apertamente la sopravvivenza del regime, lascia pochi dubbi sulle intenzioni: non si tratta di una semplice rinegoziazione delle sanzioni, ma di un assedio calibrato per accelerare una fine politica.




