L’embargo totale secondo i giuristi è “illegale e pericoloso”, e le nuove minacce di Trump a Cuba sollevano un polverone giudiziario tra Washington e l’Avana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Associazione americana dei giuristi (Aaj), che non è certo un’organizzazione di second’ordine quando si parla di diritto internazionale, ha rotto gli indugi: l’embargo energetico imposto dagli Stati Uniti contro Cuba dallo scorso gennaio, unitamente alle sanzioni aggiuntive che dal primo maggio hanno preso di mira banche e istituti finanziari dell’isola, sarebbe a tutti gli effetti una misura illegittima. E pericolosa, aggiungono gli stessi giuristi, perché sposta il confronto dal piano diplomatico – già di per sé accidentato – a una sorta di asfissia programmata che penalizza innanzitutto la popolazione civile. Nessuna meraviglia, quindi, se la presa di posizione dell’Aaj è arrivata a stretto giro di posta dopo le ultime, roboanti dichiarazioni del presidente Trump, il quale durante un comizio in Florida ha rinfocolato le accuse contro il governo cubano: corruzione e violazioni dei diritti umani, ha detto lui, per giustificare quella che molti osservatori definiscono una strategia di progressivo strangolamento.

Le minacce militari e il veto giuridico

Non è finita qui, perché lo stesso Trump, ormai da più di un anno alla Casa Bianca per il suo secondo mandato consecutivo, ha lasciato intendere – parola più, parola meno – che un intervento militare non è affatto escluso dai piani dello staff esecutivo. Ha parlato di “opzioni sul tavolo”, e qualcuno ha perfino sussurrato di una portaerei, la USS Abraham Lincoln, che potrebbe essere dirottata verso le acque cubane una volta conclusa la partita con l’Iran. Peccato che, come ha fatto notare qualche analista, la stessa amministrazione abbia poi smentito la fondatezza di un blocco navale – Waltz l’ha definita una “fake news” – creando così una cortina fumogena difficile da decifrare. I giuristi dell’Aaj, però, non cadono nella trappola della cronaca a orologeria: per loro, sia le restrizioni energetiche sia le nuove sanzioni finanziarie violano principi basilari del diritto internazionale, e nulla toglie che la minaccia militare, anche quando rimane allo stadio di semplice intimidazione, costituisca di per sé un atto ostile incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite.

La voce dell’economista Sachs e il parallelo con il Venezuela

Da New York, intanto, arriva un’altra doccia fredda per la strategia trumpiana. Jeffrey Sachs, che non è un economista qualunque – consigliere della Santa Sede fin dai tempi dell’iniziativa voluta da Giovanni Paolo II per cancellare il debito dei paesi poveri – ha alzato il tono: secondo lui, Trump attacca Cuba perché sa di aver sbagliato in Iran e teme di perdere le prossime elezioni. Mente, dice Sachs, riguardo ai propri obiettivi in materia di armi nucleari, e nel frattempo si prepara a invadere l’isola caraibica. “L’obiettivo Usa – prosegue il professore – è trasformare Cuba in un altro Venezuela, ma il mondo intero è contrario”. Un giudizio pesante, che non è passato inosservato nei salotti diplomatici europei, dove qualcuno comincia a chiedersi se questa volta la comunità internazionale resterà a guardare oppure reagirà con misure concrete.

Il ruolo del segretario di Stato e le tensioni latenti

Il segretario di Stato, quel Marco Rubio che conosce bene la realtà cubana per ragioni anagrafiche e politiche, cerca probabilmente di gestire una situazione sempre più instabile, ma senza mai sconfessare apertamente il presidente. Intanto la portaerei Abraham Lincoln – “la più splendida che abbia mai visto”, l’ha definita Trump – potrebbe davvero fare tappa nei pressi dell’isola al ritorno dalle acque iraniane, anche se molti ufficiali della Marina, a denti stretti, fanno notare che l’invio di una task force navale in prossimità di un paese sovrano rappresenta una forma di coercizione difficile da mascherare come semplice esercitazione. I giuristi, dal canto loro, replicano che l’embargo totale – quello energetico e quello finanziario – è già di per sé un casus belli strisciante, e che il diritto internazionale prevede sanzioni anche per gli stati che utilizzano la fame come arma.

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