Lapid e Bennett di nuovo insieme, la strada per Netanyahu si fa in salita in vista del voto di ottobre

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A quasi un anno dall’inizio del conflitto che ha ridisegnato gli equilibri del Medio Oriente, un’onda d’urto politico ha investito la Knesset proprio mentre i riflettori internazionali erano puntati sulle fragili tregue con il Libano. Benjamin Netanyahu, il premier che sembrava aver saldamente in pugno la scena politica interna nonostante le pressioni esterne e i fronti aperti, si trova ora a fare i conti con quella che molti analisti descrivono come la minaccia più concreta al suo potere da quando è tornato a capo del governo. L’incognita si chiama “Insieme” (“Yachad”), la nuova lista elettorale nata dalla fusione dei partiti di due ex primi ministri – il conservatore Naftali Bennett e il centrista Yair Lapid – decisi a presentarsi compatti alle elezioni fissate per il prossimo ottobre, nella speranza di replicare lo schema che nel 2021 aveva temporaneamente spezzato il lungo predominio del Likud. La mossa, annunciata ufficialmente durante una conferenza stampa congiunta a Herzliya, mira a creare un polo di centro-destra capace di attrarre un elettorato provato dai mesi di guerra e alla ricerca di una svolta, sfruttando un malcontento che sembra serpeggiare ormai anche tra le fila dei tradizionali sostenitori della maggioranza.

Un’alleanza già rodata (e fallita) che prova a invertire la rotta

Non è la prima volta, va detto, che Bennett e Lapid decidono di mettere da parte le loro distanze ideologiche – che restano notevoli – per inseguire un obiettivo comune, avendo già stretto un patto di governo nel 2021. In quell’occasione, la loro eterogenea coalizione (che includeva per la prima volta un partito arabo indipendente, Ra’am) era riuscita nell’impresa di estromettere Netanyahu dopo dodici anni consecutivi di potere, ma la sua durata fu effimera, minata dalle contraddizioni interne e dalle defezioni che portarono a nuove elezioni anticipate nel 2022. Tuttavia, il contesto oggi appare profondamente diverso, se non altro per lo scenario bellico che ha logorato l’immagine di invincibilità del premier in carica. Stando agli ultimi sondaggi, la nuova formazione “Yachad”, che vedrà Bennett come leader e candidato premier, potrebbe raccogliere un numero di seggi oscillante tra i 27 e i 30, issandosi così come la prima forza politica davanti al Likud, specialmente se l’alleanza riuscisse a includere anche l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, il cui partito di centro “Yashar” è in questo momento visto come ago della bilancia per raggiungere la fatidica soglia dei 61 seggi necessari a formare un governo stabile. Lapid, dal canto suo, non ha nascosto la strategia sottostante: “Bennett è chiaramente di destra – ha dichiarato – ma una destra liberale, perbene e rispettosa della legge; tutto il centro israeliano deve schierarsi dietro di lui per vincere”.

Le macerie del conflitto e la sfiducia nel governo

A rendere l’offensiva politica di Bennett particolarmente insidiosa per Netanyahu non è solo la somma aritmetica dei parlamentari, bensì il vento di insoddisfazione che soffia tra le comunità del nord del Paese, quelle che per mesi hanno subito i razzi di Hezbollah e che oggi vedono nella tregua siglata (e già violata) una resa dei conti senza vincitori. Mentre le truppe israeliane mantengono il controllo di una fascia profonda circa dieci chilometri all’interno del territorio libanese, gli scontri non si sono realmente placati; nelle ultime ore si contano raid aerei su decine di basi del partito-milizia sciita e vittime anche tra i civili, con le sirene antiaeree che continuano a risuonare nelle cittadine di confine. In questo clima di insicurezza cronica, la promessa del duo Bennett-Lapid di istituire una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti dell’intelligence che hanno reso possibile l’attacco del 7 ottobre 2023 (una misura finora respinta dal governo in carica) trova terreno fertile in un elettorato che chiede conto delle centinaia di giorni di guerra senza una soluzione definitiva. Naftali Bennett ha giocato proprio questa carta durante la presentazione della lista, dichiarando che “l’era delle divisioni è finita” e che l’intesa rappresenta “l’atto più sionista e patriottico” mai compiuto per il paese, distanziandosi però in modo netto da qualsiasi ipotesi di futura alleanza con le liste arabe, che furono invece cruciali per la sua precedente ascesa.

Le reazioni a caldo e le crepe nella destra al potere

Se da un lato l’operazione ha suscitato tiepidi consensi in alcuni settori dell’opposizione e da parte di esponenti del centro come Benny Gantz, dall’altro lato ha scatenato l’ira dei falchi della coalizione uscente e dello stesso staff del premier. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, non ha usato mezzi termini per bollare la nuova alleanza, rinfacciando a Bennett il suo passato “tradimento” della destra e pubblicando immagini ironiche che lo ritraggono assieme a Lapid e ai leader arabi, nel tentativo di dissuadere gli elettori di destra dal passare al nuovo schieramento. Il partito Likud, in una nota ufficiale, ha ribadito il concetto definendo la fusione “un nuovo inganno per rubare voti alla destra”, sostenendo che Bennett e Lapid, se eletti, torneranno inevitabilmente a fare da sponda alla Fratellanza Musulmana. Tuttavia, al di là della propaganda, il vero nodo politico è rappresentato dalla crescente stanchezza della base: i sondaggi diffusi nelle ultime settimane rivelano come Netanyahu faticherebbe a raggiungere la maggioranza assoluta anche contando sugli alleati ultraortodossi, un segnale che l’alleanza Bennett-Lapid potrebbe capitalizzare presentandosi come l’unica via per uscire dall’impasse istituzionale. La sfida, per i due ex premier, sarà quella di mantenere la coesione interna abbastanza a lungo da reggere l’urto della macchina da guerra elettorale di Netanyahu, già sperimentata in passato e capace di ribaltare pronostici apparentemente scontati. I primi segnali di mobilitazione popolare, con presidi organizzati davanti agli uffici elettorali, suggeriscono che la discussione pubblica si sta spostando dalla gestione quotidiana della guerra alla ricerca di un ricambio generazionale alla guida del paese.

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