Il pugno di Israele in acque internazionali e le epurazioni che cambiano il volto dello Stato ebraico
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Redazione Esteri
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L’ultimo atto di forza messo in scena da Israele – quell’abbordaggio in alto mare ai danni della Global Sumud Flotilla, che cercava di forzare il blocco navale su Gaza con un carico di aiuti umanitari – rappresenta più di un semplice episodio di cronaca destinato a suscitare l’indignazione passeggera delle cancellerie occidentali. Si tratta, a ben vedere, di un’ulteriore cartina tornasole della deriva autoritaria che caratterizza l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, il quale, forte di una gestione sempre più spregiudicata del potere, non esita a calpestare le convenzioni internazionali. L’azione condotta dai militari israeliani – definita da più parti come un atto di pirateria, date le acque internazionali in cui è avvenuta – ha intercettato e dirottato le imbarcazioni, trasformando un gesto di solidarietà in un contenzioso diplomatico. L’Unione Europea, come spesso accade di fronte a queste crisi, ha mostrato le sue crepe strutturali: la Spagna di Pedro Sánchez ha rotto gli indugi chiedendo la sospensione immediata dell’Accordo di Associazione con Israele e inviando una propria nave, mentre il resto del continente è rimasto impigliato in una rete di dichiarazioni di circostanza e veti incrociati.
Il diritto internazionale calpestato e la paura di un’Europa a due velocità
La vicenda della flottiglia, che trasportava cittadini di decine di nazionalità (tra cui una significativa rappresentanza italiana), mette a nudo l’impotenza operativa dell’Europa, quando questa si trova a dover gestire un conflitto asimmetrico. Nonostante l’evidenza della violazione – sequestri effettuati lontano dalle coste israeliane, in acque che la convenzione Unclos definisce "libere" – la reazione di Bruxelles è stata timida, relegata a meri contatti telefonici con le capitali. Frontex, interpellata per un eventuale intervento di scorta, ha opposto un netto rifiuto, sostenendo di non essere un militare preposto alla difesa navale. Questa paralisi, che lascia sole Italia e Spagna a gestire il salvataggio dei propri connazionali, dimostra come la necessaria realpolitik spesso soffochi i principi fondativi dell’Unione. La richiesta di Sánchez, per quanto radicale, è infatti una conseguenza logica per chi sostiene di voler difendere i diritti umani: colpire il partner commerciale (Israele) nel portafogli, sospendendo quell’accordo di associazione che da decenni regola le relazioni bilaterali, piuttosto che limitarsi a emettere sterili comunicati stampa.
La "rivoluzione dall’alto" di Netanyahu: epurazioni nei servizi e cambio di regime
Mentre l’attenzione del mondo è catturata dalle immagini delle navi ferme, all’interno dei confini israeliani, e precisamente nei palazzi del potere di Gerusalemme, sta maturando una trasformazione silenziosa ma profonda. L’articolo originale parla di una "rivoluzione" promossa dall’interno, non nata nelle piazze, bensì orchestrata dal governo stesso. Questa rivoluzione, che trova un parallelo evidente con le politiche di Trump negli Stati Uniti – dove il presidente, ormai stabilmente al suo posto da oltre un anno, ha già dato il via a un simile rimpasto istituzionale – riguarda la sostituzione sistematica delle figure chiave della sicurezza. In pochi mesi, e ancora di più con le ultime mosse, Netanyahu ha accelerato un processo che mira a svuotare i poteri indipendenti dello Stato per rimpiazzarli con fedelissimi.
Le purghe hanno già colpito vertici militari e dei servizi segreti: dopo aver rimosso il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e il Ministro della Difesa Yoav Gallant, lo scontro si è concentrato sullo Shin Bet (il servizio di sicurezza interna) e sul Mossad. In particolare, il licenziamento del capo dello Shin Bet, Ronen Bar – una decisione senza precedenti nella storia israeliana – non è passata inosservata. L’accusa, sollevata dall’opposizione e da molti analisti, è che Netanyahu stia cercando di smantellare gli organismi inquirenti per proteggersi dalle indagini. Tra queste, il cosiddetto "Qatargate" – una vicenda che vede alcuni membri dello staff del primo ministro accusati di aver preso soldi dal Qatar per fare lobbying – sta diventando il terreno di scontro principale tra il premier e i vertici della sicurezza dimissionari.
Un paese spaccato tra guerra e guerra civile latente
A quasi un anno dalla distruzione seguita all’attacco del 7 ottobre 2023, la società israeliana appare sull’orlo della frattura definitiva. Netanyahu, che ha sempre negato qualsiasi responsabilità per il fallimento della vigilanza (rifiutando persino di istituire una commissione d’inchiesta statale), ha trasformato la guerra a Gaza e contro Hezbollah in uno strumento di sopravvivenza politica personale. I giornali israeliani parlano ormai apertamente del rischio di una "guerra civile", o quanto meno di un’esplosione sociale di massa, alimentata dalla rabbia dei riservisti e della borghesia tecnocratica, che vedono nel Likud l’incarnazione di una deriva illiberale e potenzialmente totalitaria.
In questo contesto di crisi acuta, la data delle prossime elezioni – previste per l’autunno – si avvicina come un macigno. L’opposizione, rappresentata dalla nuova coalizione centrista "Beyachad" (Insieme) guidata dall’ex premier Naftali Bennett e da Yair Lapid, spera di capitalizzare la stanchezza nazionale. Bennett, che in passato era considerato un falco della destra religiosa, oggi si presenta come l’ago della bilancia democratica, promettendo di "far riposare" il paese da Netanyahu. Tuttavia, i sondaggi rivelano una realtà complessa: sebbene la coalizione anti-Netanyahu possa superare il Likud alle urne, è ancora lontana dai 61 seggi necessari per governare, lasciando lo stivale politico israeliano in bilico tra un esecutivo più tecnocratico e la prospettiva di un quinquennio ancora segnato dalla propaganda bellica e dalle lotte interne al sistema giudiziario.




