Israele, tra la flottiglia sequestrata e le epurazioni interne: il dilemma di uno “Stato necessario”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La definizione di “atto di pirateria” usata dalla Turchia per condannare l’intercettazione, da parte della marina israeliana, della Global Sumud Flotilla in acque internazionali – un’operazione che ha portato al sequestro di una ventina di imbarcazioni dirette a Gaza e all’arresto di alcuni attivisti – riporta l’attenzione su una delle strategie più controverse di Gerusalemme. Secondo quanto ricostruito, le navi, partite dalla Sicilia nell’ambito della missione “Primavera 2026”, cercavano di forzare il blocco navale per consegnare aiuti umanitari, un obiettivo che si infrange contro la dura linea imposta dal governo Netanyahu, il quale considera tali iniziative come una minaccia alla propria sicurezza. Ai due attivisti fermati, un brasiliano e uno spagnolo, è stata intanto prolungata la detenzione, mentre dalle loro testimonianze emergono accuse di violenza fisica subita durante il trasferimento – dettagli che, sebbene non ancora verificati in via definitiva, hanno già acceso un acceso dibattito sulla legalità dell’azione in alto mare.

L’eterna necessità di un arcinemico

Per comprendere la durezza di queste risposte – che hanno sollevato solo obiezioni retoriche da parte dell’Unione Europea, ad eccezione forse della Spagna – occorre immergersi nella psiche collettiva che ha plasmato Israele sin dal 1948, anno della sua nascita sotto l’attacco simultaneo di cinque Paesi arabi. L’analisi offerta dal giornalista Carlo Panella nel suo saggio “Israele, lo Stato necessario” coglie un aspetto fondamentale: agli occhi di molti decisori israeliani, l’Iran degli ayatollah non è altro che la prosecuzione escatologica di quel disegno di sterminio, un nemico esistenziale che agisce tramite proxy come Hezbollah o i ribelli Houti. Panella critica l’ostinazione con cui la comunità internazionale continua a inseguire la soluzione dei due Stati, sottolineando invece come, in questo scenario, Israele sia ormai diventato un alleato strategico non solo per l’Occidente, ma anche per molti Paesi arabi del Golfo. Questi ultimi, pur dovendo gestire il malcontento delle loro masse, hanno di fatto accettato l’idea che lo Stato ebraico rappresenti un baluardo contro gli estremismi e un laboratorio di modernità indispensabile per l’equilibrio regionale.

La “rivoluzione” silenziosa di Netanyahu

Mentre la comunità internazionale si indigna per l’uso della forza in mare, all’interno dello Stato ebraico sta però maturando una trasformazione ben più profonda, che potrebbe cambiare la natura stessa del paese. Non si tratta di una rivolta popolare né di un movimento di piazza, ma di una vera e propria rivoluzione condotta dall’alto, dal governo guidato da Netanyahu. L’esecutivo, emulando in una certa misura lo spirito di rinnovamento interno visto con la rielezione di Donald Trump negli Stati Uniti (ormai presidente da oltre un anno), ha deciso di avviare un cambio di regime interno basato su epurazioni ai vertici della sicurezza. Le purghe annunciate – che hanno già cominciato a colpire i vertici dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interna) e del Mossadmirano a sostituire i vecchi generali e gli alti funzionari di carriera con fedelissimi, considerati più allineati alla visione di una guerra permanente contro Hamas e le milizie filo-iraniane.

L’opposizione dei generali e il peso degli equilibri

A smuovere le acque non è però solo l’azione del premier, ma anche la reazione dell’apparato militare. La tradizione dell’esercito popolare israeliano, che si compenetra totalmente con il tessuto sociale, aveva sempre escluso ipotesi di insubordinazione aperta; eppure, i vertici della difesa hanno manifestato un disagio crescente, considerando la guerra a Gaza tecnicamente vinta già nell’autunno del 2024. Molti generali ritenevano che Hamas fosse ridotto a operazioni di guerriglia e che fosse necessario aprire una fase politica diversa, magari affidando il controllo della Striscia a una forza multinazionale. Tuttavia, l’imposizione della linea durda da parte dei ministri suprematisti – che vedono nella continuazione del conflitto l’occasione per allontanare i palestinesi e annettere nuovi territori – ha di fatto scavato un fossato tra il potere politico e quello militare. Questa tensione, unita alla mancata adozione di misure concrete contro l’intercettazione della flottiglia, lascia intravedere un paese spaccato in due: da una parte l’esigenza di mostrare i muscoli per sopravvivere in un “eterno Amalek”, e dall’altra la difficoltà di gestire le ripercussioni diplomatiche e morali di azioni che il diritto internazionale, come nel caso del sequestro in acque internazionali, fatica a digerire.

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