La tassazione dei dividendi tra sentenze Ue e la manovra finanziaria

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La questione dell’assoggettamento a Irap dei dividendi percepiti da banche e compagnie di assicurazioni, un tema a lungo dibattuto, ha conosciuto uno sviluppo cruciale con la pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul caso che coinvolge un noto intermediario finanziario. I giudici di Lussemburgo, le cui decisioni hanno un impatto diretto sull’ordinamento italiano, hanno stabilito che l’articolo 4 della direttiva Madre-Figlia, la quale disciplina a livello comunitario il trattamento fiscale dei proventi da partecipazione, si oppone chiaramente all’applicazione dell’imposta regionale sulle attività produttive per i dividendi che provengono da altri Stati membri. Una sentenza, questa, che non ha fatto che confermare le previsioni di molti analisti, i quali da tempo sostenevano come la normativa europea rappresentasse un limite invalicabile per la fiscalità regionale in materia. Per quanto riguarda, invece, i dividendi di origine domestica, la Corte ha rinviato la palla al giudice nazionale, demandando a esso il compito di un esame di costituzionalità che valuti la compatibilità del prelievo con i principi fondamentali dell’ordinamento.

Le reazioni del mondo economico e politico

Parallelamente all’evolversi del quadro giurisprudenziale, il governo ha inserito nella bozza di legge di bilancio per il 2026 un intervento che modifica profondamente il regime fiscale applicabile ai dividendi derivanti da partecipazioni di minoranza. La manovra, che prevede un sensibile inasprimento della tassazione – con l’aliquota che, in certi casi, passerebbe dall’1,2% al 24% – ha immediatamente sollevato un coro di perplessità. Angelo Camilli, vicepresidente di Confindustria per il Credito, la Finanza e il Fisco, ha espresso forti preoccupazioni, sottolineando come la misura, unitamente alla mancanza di interventi strutturali per ridurre il carico tributario complessivo, rischi di minare la competitività del sistema produttivo italiano. “Non vediamo segnali incoraggianti”, ha affermato Camilli, evidenziando una certa delusione per l’indirizzo della manovra sotto il profilo fiscale.

Il dissenso nella maggioranza e il regime attuale

Anche all’interno della coalizione di governo le reazioni non sono state unanimi. Forza Italia, per voce del suo rappresentante, ha definito la nuova tassazione sui dividendi un punto “importante da rivedere”, paventando le conseguenze negative che questa potrebbe avere non solo sulle grandi imprese ma anche sul vasto tessuto di piccole e medie aziende, le quali spesso detengono partecipazioni minoritarie in altre società. L’obiettivo di gettito dell’esecutivo, stimato in circa un miliardo di euro annui, sembra dunque scontrarsi con timori di natura economica e con resistenze di natura politica. Questo cambiamento di rotta si inserisce in un contesto normativo che, dal 2003, ha garantito un regime di pressoché totale esenzione fiscale per i dividendi distribuiti da una società partecipata alla società che ne detiene le quote, un principio che ha favorito gli investimenti e l’integrazione tra aziende.

Uno scenario in evoluzione

Il quadro che ne emerge appare dunque in forte movimento, diviso tra il vincolo giuridico imposto dalla Corte europea, che ha circoscritto l’operatività dell’Irap, e la volontà del legislatore nazionale di reperire nuove risorse attraverso un ampliamento della base imponibile per l’imposta sul reddito delle società. Due direttrici, queste, che procedono in maniera apparentemente contraddittoria, creando un’area di notevole incertezza per gli operatori del settore finanziario e assicurativo, i quali si trovano a dover interpretare norme in divenire mentre pianificano le proprie strategie. La sentenza del tribunale Ue, del resto, ha il merito di aver chiarito una volta per tutte la supremazia del diritto comunitario in un ambito, come quello fiscale, tradizionalmente geloso della propria sovranità.

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