Trump boccia l’ultima risposta di Teheran: “Inaccettabile”. Il petrolio torna a salire

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’attesa per un segnale definitivo, quello che avrebbe potuto chiudere o quantomeno ridimensionare lo scontro a distanza tra Stati Uniti e Iran, si è risolta in un nulla di fatto che i mercati energetici hanno subito tradotto in un balzo in avanti dei prezzi. La risposta di Teheran, una controproposta articolata su più pagine che il Wall Street Journal ha potuto visionare attraverso fonti informate, è stata respinta dall’amministrazione guidata da Donald Trump con un giudizio tranchant: “Inaccettabile”. Al centro del documento iraniano, alcune concessioni ritenute significative da molti osservatori, come un’apertura inedita sulla gestione dell’uranio arricchito e sulla riduzione delle tensioni nello Stretto di Hormuz, ma senza lo smantellamento delle infrastrutture nucleari esistenti: proprio quel punto, assieme alla richiesta di una verifica internazionale senza appello, rappresenta il principale ostacolo su cui la Casa Bianca non intende transigere.

Il prezzo del petrolio, che nelle settimane precedenti aveva mostrato segni di cedimento a ogni flebile ottimismo diplomatico, ha reagito con un incremento superiore al 3% nelle contrattazioni successive alla notizia. Il Brent è risalito verso soglie che molti trader avevano dimenticato da inizio mese, mentre il West Texas Intermediate (Wti) ha confermato la tenuta della propria media mobile a 50 giorni, attestata a 90,58 dollari al barile. Non si tratta, a giudicare dalle dinamiche tecniche, di una coincidenza: per tre volte nell’ultima settimana quella media ha interrotto vendite che altrimenti avrebbero potuto assumere un carattere più strutturale, segno che il mercato cerca ancora un punto di riferimento prima di prendere posizioni nette.

La rappresaglia e lo “scambio di colpi” minimizzato da Trump

A complicare ulteriormente il quadro, gli eventi militari degli ultimi giorni che hanno riacceso la volatilità su tutte le principali asset class. Le forze statunitensi hanno infatti lanciato attacchi aerei di rappresaglia contro obiettivi iraniani, dopo che alcune navi della Marina americana erano finite sotto attacco nelle acque del Golfo. Lo stesso presidente Trump, interpellato sulla materia pur senza entrare nel merito delle operazioni, ha definito lo scambio di colpi di giovedì “solo un colpetto” – un’espressione che, letta dagli analisti, mira a ridimensionare l’accaduto senza però offrire garanzie sulla futura escalation. Il segretario di Stato Marco Rubio, intanto, rimane in attesa di una nuova risposta da Teheran a una bozza di pace che al momento sembra arenata sugli stessi scogli di sempre.

L’ombra di un’indagine della Giustizia americana sulle operazioni sospette

Proprio in questo clima di fibrillazione, emergono elementi che gettano una luce ancora più inquietante sulle dinamiche finanziarie che accompagnano le tensioni geopolitiche. Secondo quanto riportato dall’Abc News, che cita fonti anonime – dunque da trattare con la cautela del caso – il Dipartimento di Giustizia starebbe aprendo un’indagine su operazioni sospette nel mercato del petrolio. Gli investigatori si concentrerebbero su transazioni effettuate pochi minuti prima di annunci pubblici del presidente Trump e di leader iraniani riguardanti l’evoluzione del conflitto. In particolare, sarebbero state scrutinare quattro operazioni realizzate tra marzo e aprile, le quali avrebbero generato per i trader coinvolti profitti complessivi superiori a 2,6 miliardi di dollari. Non è chiaro se vi sia già un nesso causale provato tra i post sui social network, le dichiarazioni ufficiali e quelle movimentazioni; quel che appare evidente è che lo Stretto di Hormuz, oltre a essere un passaggio obbligato per un terzo del petrolio via mare, è diventato anche un teatro di possibili arbitraggi informativi.

La volatilità come unica certezza per i mercati energetici

Stephen Innes, managing partner di Spi Asset Management, ha riassunto il sentore diffuso tra gli operatori con una formula ormai consueta ma sempre attuale: finché lo Stretto di Hormuz resterà instabile, i mercati rimarranno altamente sensibili alle notizie di giornata, con una volatilità capace di tornare molto rapidamente su tutte le principali asset class. Nessun segnale di de-escalation sembra infatti all’orizzonte, e la decisione iraniana di non accettare lo smantellamento del proprio programma – pur offrendo margini sull’arricchimento – ha di fatto inchiodato la diplomazia a una posizione di stallo. Il Wti con scadenza giugno continua a oscillare attorno a quei 90 dollari che rappresentano più un campo di battaglia psicologico che una soglia tecnica invalicabile. E in assenza di un accordo, il petrolio – come accade da mesi – continua a salire ogni volta che le parole prendono il posto dei fatti, o peggio, quando ai fatti segue il silenzio di chi potrebbe fermarli.

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