Sei anni dopo il Covid, la denuncia del Nursind: “Lavoriamo ancora in emergenza, personale e strutture le grandi assenti”
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Redazione Interno
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Il 18 marzo 2026, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del coronavirus, istituita per non dimenticare le oltre centottantamila persone che il virus ha portato via, si è consumata tra commemorazioni ufficiali e il dolore privato di chi ha perso un familiare, ma anche, e forse soprattutto, sulla scia di una denuncia che arriva dritta dal mondo sanitario. Perché se è vero che il tempo è passato, e con lui l'emergenza più acuta di quelle settimane drammatiche del 2020, qualcosa nel sistema sembra essersi inceppato, o forse non si è mai davvero rimesso in moto. Lo sostiene con forza Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind, il sindacato degli infermieri, il quale, in una nota diffusa proprio in occasione di questa ricorrenza, lancia un allarme che suona come un monito: "Sono passati sei anni e noi, spiace dirlo, non siamo ancora usciti dal Covid. Ci siamo dentro, nel senso che stiamo lavorando a tutti gli effetti in regime pandemico". Una dichiarazione pesante, che sposta l’asse del ricordo dal passato al presente, dalla memoria alle condizioni attuali di chi ogni giorno opera in corsia e sul territorio.
Milleproroghe e piani mancati, la fotografia di una sanità in sospeso
Non si tratta, avverte il sindacato, di una semplice sensazione, ma della fotografia nitida di un sistema che continua a procedere per deroghe e misure tampone. Bottega punta il dito contro il recente decreto Milleproroghe, licenziato dal Parlamento, dove emergerebbe con chiarezza la persistenza di un approccio emergenziale. Tra i punti critici sollevati, spicca la proroga al 31 dicembre 2029 della norma che consente l'esercizio temporaneo della professione sanitaria a chi ha conseguito il Titolo all'estero, in deroga al riconoscimento ministeriale. Un meccanismo, questo, che secondo il Nursind sacrificherebbe la qualità delle cure e la dovuta attenzione alla formazione sull'altare della mera copertura dei turni. E ancora, l’attenzione cade sulla possibilità, reiterata, di affidare incarichi ai medici specializzandi senza il ricorso ai concorsi pubblici, una procedura pensata per l'emergenza e che invece, a distanza di anni, continua a rappresentare la norma e non più l'eccezione.
I conti che non tornano sui letti di terapia intensiva e le case di comunità
A latere delle considerazioni sulle procedure, c'è poi il capitolo, sempre aperto, delle promesse non mantenute e degli obiettivi strutturali mancati. Il Piano pandemico, tanto atteso e discusso, non è ancora una realtà concreta. E i numeri, quando si analizza il potenziamento delle terapie intensive, parlano chiaro. Il sindacato ricorda l’ambizioso obiettivo del decreto Rilancio del 2020, che prevedeva la realizzazione di oltre settemila nuovi letti in più tra terapia intensiva e sub-intensiva. Un traguardo che, passando attraverso i target del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si è progressivamente ridimensionato. Oggi, a pochi mesi dalla scadenza del giugno 2026, l'asticella è fissata a poco meno di seimila posti letto complessivi in più, ma secondo le stime del Nursind, ne mancherebbero ancora all’appello quasi millesettecento. Numeri che sembrano raccontare di un'occasione in parte sfumata. La beffa, se così si può chiamare, si consuma però sul territorio, con la riforma della medicina territoriale che stenta a decollare. Le case di comunità, pilastri della sanità del futuro, avrebbero bisogno di un esercito di ventimila infermieri, eppure, a oggi, ne mancano all'appello quasi diecimila. "Ma davvero ci si illude ancora di farcela senza gli infermieri?", si domanda retoricamente Bottega, sottolineando come senza personale qualsiasi riforma rischi di rimanere lettera morta.
Il ricordo istituzionale tra Bergamo e Monza, il silenzio e i bambini
Mentre il sindacato alzava la voce, le cerimonie ufficiali si sono svolte in un clima raccolto, specialmente nelle città che più hanno pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane. A Bergamo, simbolo mondiale della tragedia, la sindaca Elena Carnevali ha voluto richiamare le parole di Papa Francesco, quella esortazione a non sprecare la crisi, a far sì che la memoria diventi insegnamento e non solo un vuoto rituale. E proprio nel capoluogo orobico, le commemorazioni si sono chiuse al Bosco della Memoria, nel parco della Trucca, con un momento toccante che ha visto protagonisti oltre cento alunni delle scuole Muzio, i quali si sono esibiti in interventi musicali. Un passaggio di testimone alle nuove generazioni, un modo per rendere viva quella memoria e per trasformare un luogo di dolore in uno spazio di futuro e di riflessione condivisa. A Monza, invece, la mattinata si è aperta nel silenzio composto del Cimitero Urbano, con un'aria sospesa e trattenuta a testimoniare come il tempo, per alcuni, si sia davvero fermato quel giorno. La ricorrenza del 18 marzo, al di là dei numeri e delle statistiche, continua a restituire nomi, volti e storie a una tragedia collettiva che rischiava di rimanere astratta, e lo fa attraverso il ricordo di chi non c'è più e la determinazione di chi, come gli infermieri, chiede che quel sacrificio non sia stato vano e che la sanità pubblica venga finalmente messa nelle condizioni di poter garantire cure adeguate a tutti.




