Influenza, il presidente dei pediatri italiani: «Per i bambini è bene trascorrere tempo all'aperto»
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Redazione Salute
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La consuetudine, radicata in molte famiglie italiane, di associare il freddo all’insorgenza di malattie nei più piccoli viene oggi sottoposta a una radicale revisione scientifica; lo fa Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di Pediatria, il quale — ribaltando un luogo comune che resiste da generazioni — raccomanda ai genitori di non tenere i bambini forzatamente al chiuso durante l’inverno. Giocare all’aria aperta, persino quando i termometri segnano temperature rigide e la neve imbianca strade e giardini, costituisce un fattore protettivo, non un rischio. Il contagio, spiega Agostiniani, non è determinato dalle basse temperature in sé quanto dalla promiscuità, dalla permanenza prolungata in ambienti poco areati e dal contatto diretto con altri individui portatori dei virus respiratori. L’abbigliamento adeguato, che non deve mancare nelle uscite invernali, è la sola precauzione necessaria affinché i bambini possano continuare a vivere lo spazio esterno anche nel cuore della stagione fredda.
La tempistica di questa presa di posizione, che riporta al centro del dibattito il ruolo della vita all’aperto nello sviluppo infantile, coincide con una fase epidemiologica complessa: la curva nazionale dell’influenza, dopo aver raggiunto il suo apice nella seconda metà di gennaio, mostra infatti segnali di rallentamento sebbene il bilancio complessivo dei contagi, destinato ad assestarsi su cifre imponenti, abbia già oltrepassato i dieci milioni di infezioni dall’avvio della sorveglianza -2-6. A dominare la scena è la variante K del virus A H3N2, ceppo che gli Istituti di ricerca indicano come nettamente prevalente sia nella popolazione generale sia nei campioni analizzati in ambito ospedaliero, mentre nessun caso riconducibile a ceppi di origine aviaria è stato al momento isolato -1. Tuttavia, laddove il dato aggregato nazionale fotografa un arretramento della sindrome influenzale, l’analisi disaggregata per fasce anagrafiche rivela una dinamica opposta e per certi versi controintuitiva.
Sono i bambini in età prescolare, quelli compresi tra zero e quattro anni, a registrare attualmente le incidenze più elevate e — particolare che merita attenzione — un’impennata dei nuovi casi proprio nelle settimane in cui il resto della popolazione segna una flessione. L’ultimo bollettino RespiVirNet, prodotto dall’Istituto superiore di sanità, conferma che nella sola regione Marche, i cui dati vengono monitorati con particolare attenzione dai sistemi di sorveglianza regionali, l’incidenza tra i piccolissimi ha raggiunto quota 34,9 casi per mille assistiti, in deciso aumento rispetto ai 27,9 della rilevazione precedente -2. Un’inversione di tendenza che, sebbene non omogenea su tutto il territorio nazionale, trova riscontri anche in altre aree del Paese e suggerisce come l’infezione continui a propagarsi con facilità nei nidi, nelle scuole dell’infanzia e, più in generale, in quegli ambienti comunitari dove i bambini trascorrono molte ore della loro giornata.
Il paradosso, se si accosta questo dato epidemiologico alle dichiarazioni del presidente della Società italiana di Pediatria, è solo apparente. La raccomandazione a privilegiare gli spazi aperti non intende sostituirsi alle cautele igieniche tradizionali — restano valide l’igiene frequente delle mani e l’importanza di rimanere a casa in presenza di febbre — ma punta a riequilibrare un modello di vita che, specialmente nei centri urbani, tende a confinare l’infanzia in ambienti chiusi, iper-riscaldati e spesso affollati. Agostiniani, che nei mesi scorsi aveva già richiamato l’attenzione sull’urgenza di contrastare la sedentarietà e l’uso precoce dei dispositivi digitali — fattori questi ultimi correlati all’aumento dell’obesità infantile e dei disturbi visivi — inserisce la promozione della vita all’aperto in una strategia più ampia di prevenzione primaria -3-8. Il tempo trascorso fuori casa, in altri termini, non rappresenta soltanto un’opportunità ricreativa ma una vera e propria leva di salute pubblica, capace di incidere positivamente sul metabolismo, sul sonno e, come emerge da alcune ricerche internazionali, persino sul controllo del peso reo.
L’eterogeneità della discesa e la persistenza del virus nei più piccoli
Se il dato marchigiano costituisce una spia di allarme localizzata, l’analisi della circolazione virale a livello nazionale ed europeo evidenzia un quadro composito, nel quale alla riduzione generalizzata dei tassi di positività si affiancano sacche di persistenza virale tutt’altro che trascurabili. L’Istituto superiore di sanità, nell’aggiornamento del 6 febbraio, quantificava in circa 551mila i nuovi casi stimati nell’ultima settimana di monitoraggio, con un’incidenza complessiva pari a dieci casi per mille assistiti; il dato, in flessione rispetto alle settimane precedenti, è tuttavia caratterizzato da una sostanziale stabilità — alcuni bollettini parlano addirittura di un lieve rialzo — proprio nella fascia zero-quattro anni, dove l’indicatore si attesta intorno ai quaranta casi per mille assistiti -6. Una forbice che tende ad allargarsi man mano che si sale con l’età: tra gli adulti e gli over sessantacinque l’incidenza si mantiene su livelli bassi, prossimi alla soglia basale, il che conferma come la campagna vaccinale, pur con le note criticità di adesione, abbia comunque protetto i soggetti più fragili dalla forma grave della malattia.
L’attenzione degli epidemiologi si concentra dunque su questa coda dell’epidemia, destinata forse a esaurirsi nelle prossime settimane ma ancora in grado di alimentare focolai domestici e comunitari. Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore sanitario dell’istituto Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano, invita a non abbassare del tutto la guardia: la possibilità di un colpo di coda, favorito dagli sbalzi termici tipici di febbraio e dalla persistenza in circolazione di più virus respiratori — non solo influenzali ma anche sinciziale e rinovirus — rimane concreta -6. Per i bambini, che già nelle scorse stagioni avevano pagato il prezzo più alto in termini di incidenza, questa fase finale dell’inverno epidemiologico si traduce in una esposizione protratta; una circostanza che, lungi dal giustificare allarmismi, impone una riflessione più strutturata su quali ambienti di vita e di gioco siano effettivamente sicuri e salutari.
Il messaggio della Società italiana di Pediatria arriva dunque in un momento in cui la distinzione tra rischio reale e percezione del rischio appare più labile del solito. Il timore del raffreddore, del colpo d’aria o della bronchite ha storicamente spinto i genitori a privilegiare ambienti chiusi, riscaldati e protetti; ma è proprio in quegli ambienti, dove l’aria non si rinnova e i virus trovano condizioni favorevoli alla sopravvivenza, che avviene la maggior parte dei contagi. Agostiniani, senza citare studi specifici ma richiamandosi alla letteratura internazionale sulla salute infantile, ribadisce che l’esposizione regolare all’aria aperta, anche in inverno, non solo non indebolisce l’organismo ma contribuisce a modulare positivamente il sistema immunitario. Una tesi che trova riscontro indiretto anche nei dati di sorveglianza ospedaliera: l’incremento dei contagi tra i piccolissimi, infatti, non si traduce — almeno per ora — in un parallelo aumento dei ricoveri o delle complicanze gravi, a riprova del fatto che l’infezione, nei bambini sani, decorre nella stragrande maggioranza dei casi in forma benigna e autolimitata.
Le difficoltà del monitoraggio e la geografia variabile dell’influenza K
La discesa dell’influenza, che appare ormai consolidata a livello nazionale con l’eccezione della fascia pediatrica, non segue un andamento uniforme neppure dal punto di vista geografico. Se le Marche — regione storicamente attenta alla rilevazione epidemiologica — mostrano quella peculiare impennata nei bambini sotto i quattro anni, altre aree del Paese presentano dinamiche differenti: in Puglia, Campania e Basilicata, ad esempio, l’incidenza complessiva si mantiene ancora al di sopra della media italiana, mentre in Lombardia e nel Lazio gli indicatori sono in flessione più marcata -2-9. Una variabilità che riflette non solo differenze nella copertura vaccinale e nella densità abitativa ma anche, verosimilmente, il diverso grado di esposizione della popolazione ai ceppi virali predominanti.
Resta sullo sfondo, quale elemento di incertezza per le prossime settimane, la possibilità che le basse temperature stagionali prolunghino la circolazione virale oltre i termini consueti. Pregliasco, in più occasioni, ha evocato lo scenario di uno strascico di contagi destinato a protrarsi fino all’inizio di marzo; uno scenario che, per quanto non assimilabile a una nuova ondata, imporrebbe comunque di mantenere alta l’attenzione soprattutto nelle comunità infantili -6. La Società italiana di Pediatria, dal canto suo, sembra aver scelto la strada della prevenzione culturale: non nuove restrizioni, non richiami ossessivi al rischio, ma una fiducia motivata nella capacità dei bambini di adattarsi all’ambiente esterno, purché accompagnati da adulti consapevoli e da un abbigliamento adeguato.




