Influenza, il presidente dei pediatri italiani: «Per i bambini è bene trascorrere tempo all’aperto»
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Redazione Salute
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Il messaggio che la Società italiana di Pediatria, attraverso la voce del suo presidente Rino Agostiniani, intende consegnare ai genitori in queste settimane di freddo intenso e di virus ancora circolanti ribalta di fatto una narrazione popolare quanto radicata: non è l’abbassamento delle temperature, di per sé, a causare le malattie stagionali nei più piccoli, bensì il contagio interumano che nei luoghi chiusi — aule scolastiche poco areate, abitazioni con riscaldamento alto, ambienti affollati — trova il suo veicolo preferenziale. Dunque, lungi dal rappresentare un nemico da cui rifugiarsi, l’inverno e le sue giornate gelide, persino la neve, diventano un’opportunità, a patto che si adotti un abbigliamento adeguato e si rispettino le precauzioni igieniche di buon senso. Giocare all’aria aperta, anche quando il termometro scende sotto lo zero, sostiene Agostiniani, è un atto benefico: favorisce il movimento, riduce lo stress e, particolare non secondario, allontana i bambini da quel circuito di aerosol virale che si concentra inevitabilmente dove si condividono gli stessi cubi d’aria per ore.
Il paradosso dei numeri: l’incidenza cala, ma i bambini sotto i quattro anni restano in trincea
E proprio mentre i pediatri nazionali sfatano i luoghi comuni legati al termometro, i bollettini epidemiologici raccontano una fotografia a due velocità. L’ultimo rapporto della sorveglianza RespiVirNet, curato dall’Istituto superiore di sanità e aggiornato alla settimana a cavallo tra gennaio e febbraio, certifica ormai da diverse rilevazioni una discesa costante della curva influenzale nella popolazione generale: il tanto temuto picco, toccato a fine dicembre, è ormai uno spartito già suonato e l’incidenza complessiva si attesta attorno ai dieci casi per mille assistiti, con un numero totale di infezioni che dall’inizio della stagione ha superato la soglia dei dieci milioni di italiani costretti a letto. Se si osserva però la lente d’ingrandimento puntata sulla fascia d’età zero-quattro anni, il quadro cambia radicalmente e si fa più opaco. Nelle Marche, regione per la quale disponiamo di dati granulari e aggiornati, nella settimana che va dal 26 gennaio al primo febbraio si è registrata un’impennata netta dei contagi tra i piccolissimi: 34,9 casi per mille assistiti, contro il 27,9 della rilevazione precedente, un’inversione di tendenza che va in controtendenza rispetto alla flessione regionale (scesa da 12,03 a 11,67 per mille) e che allarma i pediatri di famiglia. E non si tratta di un’anomalia circoscritta al solo territorio marchigiano: a livello nazionale l’Iss rileva una stabilità proprio in questa coorte, l’unica a non mostrare decrementi significativi, con punte che in precedenti monitoraggi hanno raggiunto i quaranta casi ogni mille bambini.
La variante K e il peso dei fragili: una circolazione che non cede
A sostenere buona parte di questa ondata influenzale, ormai predominante nei campioni analizzati sia in comunità che nei flussi ospedalieri, è il sottotipo A(H3N2) nella sua declinazione subclade K, un ceppo che ha mostrato una capacità diffusiva importante e che, come confermano le analisi di sequenziamento dell’Iss, non accenna a scomparire del tutto dal panorama dei virus respiratori, sebbene la pressione sui reparti appaia in attenuazione. Proprio questa persistenza virale, unita alle temperature rigide che caratterizzano il mese di febbraio, tiene alta la guardia dei virologi, i quali paventano la possibilità di strascichi o di piccoli colpi di coda, specialmente laddove le coperture vaccinali non hanno raggiunto livelli ottimali. I dati ospedalieri, infatti, confermano una correlazione ormai strutturale: la maggior parte dei casi gravi e complicati, quelli che richiedono un ricovero o che evolvono in polmoniti, riguarda persone non vaccinate, mentre tra gli over sessantacinque l’incidenza si mantiene su livelli basali, attestandosi nelle Marche a soli 3,30 casi per mille, a testimonianza di come l’immunizzazione, anche in presenza di un parziale disallineamento antigenico tra ceppo vaccinale e ceppo circolante, continui a proteggere dalle conseguenze più serie dell’infezione.
Il richiamo dei pediatri: prevenzione ordinaria e consapevolezza
È in questo contesto di epidemia che arretra ma non molla la presa sui soggetti più vulnerabili del panorama demografico — i bambini in età prescolare, veri e propri amplificatori biologici del virus — che si inserisce con forza la campagna di sensibilizzazione promossa dalla Società italiana di Pediatria. Già da alcuni mesi, del resto, Agostiniani aveva acceso i riflettori sull’importanza di abbandonare gli automatismi terapeutici dannosi, a partire dall’uso improprio degli antibiotici, del tutto inefficaci contro i patogeni virali e anzi potenzialmente nocivi per il microbiota e per il fenomeno globale dell’antibiotico-resistenza. La strategia indicata è invece quella della prevenzione ordinaria, fatta di gesti quotidiani e consapevoli: il lavaggio frequente delle mani, l’igiene respiratoria (starnutire nell’incavo del gomito), l’isolamento volontario in caso di sintomi febbrili, e non da ultimo l’esposizione controllata agli spazi aperti, un antidoto semplice ma efficace contro l’accumulo di carica virale tipico dei contesti chiusi e sovraffollati. Una raccomandazione, quest’ultima, che sembra quasi un paradosso in pieno inverno, eppure trova riscontro in una logica epidemiologica lineare: il virus influenzale ha bisogno di prossimità per trasmettersi, e l’aria aperta, anche quella più pungente, disperde le particelle infettive molto più rapidamente di quanto possa fare il chiuso di una stanza.




