Dori Ghezzi: “Battisti capì l’amore con De André, non fu una botta e via. Quei tre mesi di vita dopo la chitarra buttata a terra”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non aveva mai pensato di fare il cantante di professione, Dori Ghezzi, anche se per lei la musica, va da sé, era tutto. «Ero schiva, non mi piaceva essere giudicata», confessa oggi, a ottant’anni compiuti, in una di quelle interviste rare che rilascia al Corriere della Sera, ripercorrendo i momenti più preziosi di una carriera che l’ha vista protagonista, suo malgrado, di una delle pagine più drammatiche e poetiche della storia della canzone italiana.
La ragazza del Casatschok, quel brano che la rese celebre, lo accettò quasi per caso quando la casa discografica le impose una scelta immediata: «Decidi in fretta, altrimenti c’è pronta la Goggi». Il resto, come si suol dire, è cronaca.
Il primo incontro e le parole profetiche di Battisti
Fu la timidezza, forse, a proteggerla dal vortice del palcoscenico, ma non dall’amore. A presentarle Fabrizio De André, se è lecito ridurre a un gesto tecnico l’inizio di una storia venticinquennale, fu Cristiano Malgioglio, in un bar di Genova dove il cantautore stava registrando Valzer per un amore. «Me la cantò guardandomi negli occhi», ricorda lei, descrivendo un colpo di fulmine immediato, quasi magnetico, che travolse ogni remora e ogni pregiudizio sociale (lui, all’epoca, era ancora sposato).
Molti amici la misero in guardia, temendo per lei una vita di sofferenze accanto a un artista tormentato. Ma a scardinare ogni luogo comune fu un altro gigante della musica: Lucio Battisti. «Abitava vicino casa mia – racconta Ghezzi – lo invitavo spesso, mamma gli preparava la cassœula, venivano in tanti al "residence Ghezzi"». Battisti, osservando la coppia, ebbe l’intuizione corretta: «Vedrai, non sarà una botta e via».
In un ambiente dove i legami sentimentali erano spesso effimeri, lui comprese che Dori non era una delle tante, ma colei che «doveva salvarlo»; una definizione, questa, che lo stesso De André avrebbe poi confermato, ammettendo che senza di lei «sarei morto in una soffitta da alcolizzato».
Il rapimento in Sardegna e il rispetto dei carcerieri
Il trasferimento da Milano alla Sardegna, nella tenuta dell’Agnata, segnò una fuga dalla mondanità ma non dalla crudezza del reale. Nell’agosto del 1979, la coppia venne prelevata dall’Anonima sequestri sarda, dando inizio a un calvario durato quattro mesi. Un’esperienza, quella della prigionia, che Ghezzi descrive con una lucidità impressionante: «Portavamo due cappucci con una feritoia per la bocca. Ogni tanto ce li toglievano e se li mettevano loro». Nonostante la violenza del gesto criminale, emerge dal racconto una dinamica quasi surreale di rispetto umano.
I sequestratori, racconta, arrivarono a procurare una bombola e un fornello per permettere ai prigionieri di cucinare, un rischio enorme che loro stessi correvano. «Mangiavamo insieme. Mi accompagnavano quando mi appartavo per le mie necessità, però mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora». Quella certezza di non essere stati rapiti per essere uccisi, ma per un tornaconto economico, rese la prigionia più sopportabile.
A testimonianza di quei giorni restano le note di Hotel Supramonte, l’unica canzone che Dori considera davvero autobiografica per la coppia: «La “donna in fiamme” sono io», rivela, rivendicando il ruolo centrale in quel brano straziante.
La malattia, la diagnosi fatale e l’abitudine alle sigarette
Se il rapimento fu una ferita inferta dall’esterno, la malattia rappresentò il tradimento più intimo del corpo. Fabrizio De André, nonostante si controllasse ogni anno, venne raggiunto dal male durante le prove di un tour a Saint-Vincent. Il gesto è tragico nella sua immediatezza: i dolori divennero così forti che il cantautore, in preda all’improvvisa sofferenza, buttò a terra la chitarra. Condotto all’ospedale di Aosta, gli fu riferita una sentenza inappellabile: «Le restano tre mesi di vita». Il tumore era partito dai polmoni e si ormai diffuso in modo inesorabile.
Dori Ghezzi, con il senno di poi, cerca le cause in quella che definisce una dipendenza cieca: «Fabrizio fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, una dietro l’altra. Il padre gli aveva chiesto di smettere di bere, e lui lo aveva fatto. Purtroppo non gli chiese di smettere di fumare». Un’assenza, quella di quella raccomandazione, pesata come un macigno sulla loro esistenza.
La loro unione, ufficializzata solo nell’89 con un matrimonio in Comune senza fedi, restò indissolubile anche di fronte alla morte: due persone «diverse, indipendenti, ma indispensabili l’una per l’altra».




