Dori Ghezzi e quel «non sarà una botta e via»: gli amici la mettevano in guardia su De André, ma Battisti aveva capito tutto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non aveva mai pensato, Dori Ghezzi, di fare della musica una professione, sebbene quella stessa musica – lo confessa oggi senza alcuna retorica – rappresentasse per lei il mondo intero. «Ero schiva, non mi piaceva essere giudicata», racconta l’artista, che quel salto nel buio lo fece quasi per caso, quando la casa discografica le mise fretta per “Casatschok”: «Decidi in fretta, altrimenti c’è pronta la Goggi». Il resto, come si suol dire, è storia.

A ottant’anni, la voce di “Un corpo e un’anima” ripercorre in un’intervista al Corriere della Sera le tappe di una vita densa, fatta di palcoscenici, amori totali e prove durissime, consegnando ai lettori un racconto intimo che sfugge a ogni facile stereotipo. Dalle estati spensierate con i grandi colleghi – tra risotti allo zafferano preparati per Lucio Battisti e cassœule offerte a Mina e Vanoni – fino al giorno in cui, nelle prove di un tour, Fabrizio De André buttò a terra la chitarra, divorato da un dolore che nessun controllo annuale era riuscito a prevedere.

Il primo sguardo e l’intuito di Lucio Battisti

Il primo incontro con Faber, avvenuto grazie all’intermediazione di Cristiano Malgioglio, fu folgorante. «Stava registrando “Valzer per un amore” – ricorda lei –, me la cantò guardandomi negli occhi». Si scambiarono i numeri e il giorno dopo lui la chiamò, come se si conoscessero da sempre. Eppure, gli amici cercarono subito di metterla in guardia: «Ti farà soffrire», le dicevano, consapevoli della fama difficile del cantautore genovese.

Fu in quel clima di perplessità generale, quasi di preoccupazione, che emerse la voce contraria di Lucio Battisti, il quale, osservando la scena da vicino, la rassicurò con una frase che col tempo si sarebbe rivelata profetica: «Vedrai, non sarà una botta e via». Una dichiarazione che Dori Ghezzi non ha mai dimenticato, perché legittimava un sentimento che lei stessa sentiva come necessario, quasi salvifico. «Non sono mai stata una come tante – afferma oggi –, ero quella che doveva salvarlo. Lui stesso ha confessato: “Senza di lei sarei morto in una soffitta da alcolizzato”».

Rapimento in Sardegna e rispetto dei carcerieri

L’agosto del 1979 segnò la pagina più drammatica di quella storia, quando l’Anonima sequestri sarda li prelevò dalla loro villa per trattenerli prigionieri per quattro lunghi mesi tra le montagne del Supramonte. Nonostante la violenza dell’atto, Dori Ghezzi racconta con lucidità l’ambiguità di quei giorni, sottolineando come con i sequestratori si sia instaurato un dialogo fatto di rispetto umano. «Portavamo due cappucci con una feritoia per la bocca – spiega –, ogni tanto ce li toglievano e se li mettevano loro. Si procurarono bombola e fornello per permetterci di cucinare, un rischio.

Mangiavamo insieme. Mi accompagnavano quando mi appartavo per le mie necessità, però mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora». Una consapevolezza, quella di non essere in pericolo di vita, che li accompagnò per tutta la prigionia: «Eravamo sicuri che non ci avrebbero ucciso», confessa. A emergere, dalle sue parole, è il ritratto di una coppia che seppe trasformare anche l’incubo in una prova di resistenza, cementando un legame che nemmeno il carcere forzato riuscì a scalfire.

Dalla loro liberazione, avvenuta proprio la Vigilia di Natale, nacque poi “Hotel Supramonte”, l’unica canzone – a suo dire – che parla davvero di loro.

La scoperta del tumore e quei tre mesi di vita

La vita tornò a sorridere, con il matrimonio celebrato nell’89 senza fedi e senza clamori, festeggiato con due amici e una torta. Un rapporto sano, vero, non sdolcinato, fatto anche di silenzi e litigi («Dopo una lite mi regalò un orologio importante – ricorda –, glielo tirai addosso. Non mi regalò più nulla»). Ma la felicità trovò presto il suo epilogo più crudele. Fabrizio De André, che pure si sottoponeva a controlli annuali, accusa durante le prove di un tour a Saint-Vincent dolori fortissimi. «Non riusciva a suonare la chitarra – racconta Dori –, la buttò a terra».

Si recò all’ospedale di Aosta, e lì la sentenza: «Le restano tre mesi di vita». Il male era partito dai polmoni, ormai era ovunque. Un’amarezza, quella della cantante, che si mescola a una riflessione privata sullo stile di vita del marito: «Fabrizio fumava tre pacchetti al giorno, una dietro l’altra e nemmeno le finiva, ha bruciato non sa quanti mobili. Il padre gli aveva chiesto di smettere di bere e lo aveva fatto. Purtroppo – conclude con un sospiro – non gli chiese di smettere di fumare».

Due persone diverse, indipendenti, ma indispensabili l’una per l’altra, come amava ripetere lei stessa. E che, per venticinque anni, hanno dimostrato che l’amore non ha bisogno di mitologia, ma solo della verità delle cose semplici.

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