Annalisa: “Suora o pornodiva? Una scelta per aprire un dibattito”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La domanda, posta in apertura del nuovo singolo, suona come uno schiaffo metaforico in pieno volto al perbenismo di facciata: “Mi vuoi più suora o pornodiva?”. Annalisa, che di mestiere fa la cantautrice e che di polemiche – vuoi per un video, vuoi per un abito di scena – ne ha collezionate a decine nel corso della sua carriera, sapeva bene a cosa andasse incontro. Eppure, nel momento in cui ha deciso di estremizzare il concetto affidandolo a un ritornello, non lo ha fatto con l’intenzione di alimentare il chiacchiericcio fine a sé stesso, ma con il deliberato proposito di “sollevare un tema”. Le sue parole, rilasciate al Corriere della Sera, arrivano a valle di un’ondata di reazioni contrastanti che hanno accompagnato l’uscita di “Canzone estiva”, brano nel quale il gioco di contrasti tra castità e spudoratezza diventa il pretesto per una riflessione ben più articolata.
L’estremismo necessario per smontare gli stereotipi
L’artista, che oggi ha quarant’anni e una consapevolezza costruita anno dopo anno, spiega senza giri di parole il meccanismo alla base della provocazione. Se avesse scelto termini più neutrali, dice, se avesse detto “casta” e “provocante”, l’effetto non sarebbe stato lo stesso. È proprio nell’estremizzazione, nella scelta di due poli opposti – l’eleganza severa della suora da un lato, la spudoratezza esibita della pornodiva dall’altro – che risiede la forza del messaggio. Non c’è, a suo dire, alcuna volontà di essere offensiva nei confronti di nessuna delle due figure. Sono definizioni che lei stessa, come tante altre donne, si è sentita attribuire nel corso degli anni; definirle con rispetto, per quanto possano sembrare brutali, le restituisce la possibilità di rovesciarle in un’arma critica. Un’operazione, la sua, che rifiuta l’etichetta facile e la gabbia delle aspettative altrui, trasformando il luogo comune in un cortocircuito semantico voluto e studiato.
La “svolta sexy” che svolta non è stata
A scatenare i fan e i detrattori, negli ultimi tempi, è stata spesso la cosiddetta “svolta sexy” di Annalisa, una narrazione che i magazine hanno cavalcato con insistenza. Eppure, nella ricostruzione che ne fa la diretta interessata, di svolta improvvisa non si è mai trattato. Il percorso, al contrario, è stato graduale: frutto di una maturazione personale e professionale che l’ha portata a distanziarsi da quell’immagine di “ragazzina anche un po’ spaventata” che era agli esordi. Oggi, ribadisce con una semplicità che suona quasi come una dichiarazione di principio, anche se scopro le gambe resto una brava ragazza. Una frase, questa, che smonta dall’interno l’equivoco per cui l’esibizione del debba per forza coincidere con una perdita di serietà o di valore morale. A sostegno di questa normalità rivendicata, la cantante porta con sé anche le sue imperfezioni, la fatica quotidiana con la dieta, la consapevolezza di una normalità fatta di fragilità che il palcoscenico spesso cancella.
Dietro la provocazione, il rifiuto delle definizioni imposte
Il dibattito generato da “Canzone estiva”, dunque, travalica i confini della semplice promozione discografica per toccare un nervo scoperto del rapporto tra artista femminile e pubblico. Con quella domanda diretta, quasi spiazzante, Annalisa mette in scena una dinamica antica: quella per cui le donne, nel mondo dello spettacolo come nella vita quotidiana, vengono costantemente osservate, giudicate e infine incasellate in ruoli predefiniti. Il suo intento, chiarisce nell’intervista, era proprio aprire un dibattito, sollevare il tema della libertà di mostrarsi senza per questo dover subire un’interpretazione univoca. Non si tratta, a suo avviso, di essere succubi di un gioco di potere, né tantomeno di trasformarsi in una marionetta nelle mani di chi decide cosa sia accettabile o meno. La sua posizione, al contrario, è quella di chi rivendica il diritto all’autodeterminazione dell’immagine, rivendicando la complessità di una persona che non si riconosce né nell’aurea della santificazione né nella gabbia dell’oggettificazione.




