Annalisa e il paradosso della “pornodiva”: la risposta alla critica tra autodeterminazione e immagine pubblica
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La domanda, posta quasi come un manifesto, è deflagrata nel panorama musicale italiano nelle ultime due settimane: “Mi vuoi più suora o pornodiva?”. Un interrogativo che, nelle intenzioni di Annalisa Scarrone, doveva fungere da apripista per un dibattito più ampio sul giudizio estetico e morale che grava sulle donne pubbliche, ma che fin da subito si è trasformato in un vero e proprio caso mediatico. A dividere il pubblico e gli addetti ai lavori non è stato solo il verso della nuova Canzone estiva – un brano che l’artista stessa tiene a precisare non essere un classico tormentone da spiaggia – ma anche la messa in scena visiva che accompagna il lancio, in cui la cantante gioca con le due identità estreme: la sacralità e la spudoratezza.
A innescare la scintilla della polemica più aspra è stata però una voce fuori dal coro, quella di Selvaggia Lucarelli. Attraverso la sua newsletter, la scrittrice e opinionista ha firmato un pezzo dal Titolo emblematico, “Liberate Annalisa”, criticando quella che lei definisce una “prigione” estetica. Secondo la ricostruzione di Lucarelli, l’immagine attuale di Annalisa – quella della donna sexy, provocante e ossessionata dalle coreografie virali – sarebbe diventata un format ripetitivo, una gabbia dorata costruita su un “ruolo sciapo, vecchio e fintamente trasgressivo”. Non una mancanza di autenticità (Lucarelli ha escluso l’ipotesi che la cantante sia un burattino), ma una trappola autoinflitta in cui l’artista si sarebbe rinchiusa per rispondere alle leggi ferree del mercato discografico e della popolarità social.
La replica di Annalisa, arrivata a stretto giro di posta attraverso le colonne del Corriere della Sera, ha preso le distanze da questa narrazione con la determinazione di chi rivendica ogni centimetro del proprio percorso artistico. “Questa sono io”, ha tagliato corto la cantautrice ligure, rivendicando la paternità intellettuale della sua evoluzione. “Non sono una marionetta nelle mani di qualcuno che mi fa fare cose in cui non credo. Sono una cantautrice, non ho iniziato ieri, il mio lavoro è farina del mio sacco”. L’accusa di avere adottato una “svolta sexy” improvvisa è stata ribaltata con la narrazione di una crescita graduale: “Se anni fa ero una ragazzina anche un po’ spaventata, ora penso di aver imparato molte cose. E anche se scopro le gambe, resto una brava ragazza”.
L’uso consapevole della provocazione e il tema del doppio standard
Al centro della difesa della cantante c’è la consapevolezza lessicale. La scelta di “suora” e “pornodiva” non è stata casuale, spiega Annalisa, ma una strategia comunicativa precisa per estremizzare un concetto. “Se avessi detto ‘casta’ e ‘provocante’ l’effetto sarebbe stato diverso”, ha chiarito, sottolineando come l’uso di termini forti servisse proprio a “sollevare un tema” e ad aprire un dibattito che andasse oltre la musica. Una scelta che la cantante rivendica come profondamente rispettosa, nonostante le accuse di blasfemia piovute da più parti (tra cui la pagina eliacatholic), che l’hanno colta di sorpresa: “Non vedo nulla di offensivo in quello che ho fatto. Era lontanissimo dalle mie intenzioni: ho grande rispetto per chi vive la fede”.
Oltre alla difesa dello specifico testo, Annalisa ha innestato il discorso su un terreno sociologico più scivoloso, quello del doppio standard. La cantante ha osservato come ai suoi colleghi maschi non venga quasi mai chiesto di ribadire la propria autorialità o giustificare un cambio di look: “Capita a tanti colleghi maschi, ma a loro non viene chiesto continuamente di ribadirlo”. In questo senso, la provocazione del nuovo singolo – così come l’intera fase artistica recente – viene da lei interpretata come un atto di resistenza contro la tendenza a incasellare le donne in definizioni univoche. “Ho attinto un po’ dalla mia esperienza per dire che noi donne siamo sempre sottoposte a grandi giudizi”, ha ribadito, facendo eco a un sentimento di stanchezza verso la gogna estetica costante.
La controreplica di Lucarelli e il confine tra autenticità e algoritmo
Se Annalisa ha chiuso la sua difesa con una dichiarazione di identità forte, ribadendo il diritto di cambiare stile senza perdere la propria essenza di “brava ragazza”, Selvaggia Lucarelli non si è sottratta al confronto. Anzi, ha rilanciato la discussione con un post che precisa meglio il fulcro della sua critica iniziale: “Nessuno pensa che lei sia un burattino ma che si sia imprigionata da sola (e in parte consigliata) in un ruolo sciapo, vecchio e fintamente trasgressivo”. Per Lucarelli, insomma, il problema non è l’autonomia creativa, ma il risultato finale: un prodotto così studiato per essere virale da risultare alla fine banale e prevedibile, quasi uscito da un “generatore automatico di canzoni di Annalisa”.
La polemica, che ha tenuto banco per diversi giorni sulle piattaforme social e nei programmi di approfondimento, ha così messo in luce due visioni antitetiche della figura dell’artista contemporaneo. Da un lato, Annalisa rivendica il diritto a costruirsi un “marchio di fabbrica” forte – quello della donna matura, sicura di sé e sessualmente emancipata – come strumento di potere e riconoscibilità. Dall’altro, la critica vede in questa stessa costruzione la perdita di quella spontaneità che aveva caratterizzato gli esordi della cantante, sacrificata sull’altare di una strategia di marketing che richiede posture fisse per garantire il successo. In mezzo, la domanda originale che ha dato il via a tutto rimane sospesa: se una donna, nel 2026, per affermarsi nel pop deve ancora scegliere tra l’iconografia della purezza e quella del desiderio, e se nel tentativo di scardinare questo binarismo finisce inevitabilmente per alimentarlo.




