Vladyslav Heraskevych squalificato dalle Olimpiadi, il caso del casco con i volti degli atleti ucraini uccisi arriva al Tas. Lollobrigida: "Azione commovente". Salvini: "Non seguo le polemiche"
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Redazione Sport
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La notizia della squalifica di Vladyslav Heraskevych, lo skeletonista ucraino escluso dai Giochi di Milano Cortina 2026, ha varcato i confini delle cronache sportive per approdare in quelle politiche e di costume, suscitando reazioni contrastanti e dichiarazioni che, seppur provenienti dal mondo istituzionale italiano, aggiungono un ulteriore strato di complessità a una vicenda già di per sé densa di significati. Il nodo della questione, com’è ormai noto, risiede nel rifiuto dell’atleta di competere indossando un casco diverso da quello da lui stesso personalizzato, sul quale campeggiano i volti di 24 sportivi ucraini – nomi come Dmytro Sharpar, Yevhen Malyshev e Karyna Bakhur, solo per citarne alcuni – caduti nel conflitto con la Russia, un tributo che per Heraskevych rappresenta non un atto di propaganda bensì un dovere morale di commemorazione -1-5.
L'ultimo tentativo di mediazione, condotto personalmente dalla presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Kirsty Coventry, circa settantacinque minuti prima della gara maschile di skeleton direttamente in cima alla pista di Cortina, si è infranto contro la determinazione dell'ucraino -1-8. Coventry, apparsa visibilmente scossa, ha poi spiegato ai giornalisti che l’incontro, sebbene intenso, non ha portato ad alcuna soluzione, ribadendo come il messaggio in sé non fosse in discussione, ma piuttosto il luogo – il campo di gara – scelto per veicolarlo; una posizione, questa, che il CIO ha ufficializzato con una nota in cui si specifica come a Heraskevych fosse stata offerta, quale alternativa, la possibilità di gareggiare indossando una fascia nera al braccio, proposta che però non è stata accolta -8-10.
Nel quadro delle reazioni italiane, si inseriscono le parole del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il quale, intervenuto a Casa Italia, ha definito la vicenda “particolarmente toccante e commovente”, sottolineando come il gesto dell’atleta faccia comprendere la profondità dell’amore per la patria che ha animato la resistenza ucraina di fronte a quella che non ha esitato a definire una “terribile invasione” russa. Una lettura, la sua, che prescinde dall’aspetto regolamentare per concentrarsi sulla carica umana e simbolica di un’azione che, a suo dire, merita rispetto al di là delle conseguenze sportive -2. Parallelamente, interpellato sulla questione, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha invece tagliato corto, dichiarando di non seguire le polemiche relative ai caschi, quasi a voler circoscrivere l’accaduto a un ambito prettamente agonistico da cui preferisce mantenersi distante.
Nel frattempo, la solidarietà nei confronti di Heraskevych si è manifestata in forme tangibili anche al di fuori del circo mediatico. La nazionale ucraina di slittino, al termine della propria prova, ha offerto un’immagine di forte impatto visivo e simbolico: radunati al termine della pista, gli atleti si sono inginocchiati sollevando i propri caschi verso il cielo, un gesto corale di sfida e di sostegno al compagno di squadra e portabandiera -3. A questo si aggiunge l’iniziativa di Natalia Siassina, presidentessa dell’associazione Vitaworld, che in occasione di una mostra di artisti ucraini e italiani ha deciso di includere un’opera dedicata ad Artem Azarov, atleta realizzatore del proprio ritratto prima di cadere in guerra, definendo “eccessiva” e “incomprensibile” la decisione del CIO.
Il ricorso al Tas e la posizione di Zelensky: "Il Cio asseconda l'aggressore"
La squalifica, che ha privato la competizione di un serio candidato al podio, non ha evidentemente chiuso la partita giudiziaria. L'atleta ucraino, assistito dal suo team legale, ha presentato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport (Tas) nella speranza di vedere riconosciuta la legittimità del suo gesto commemorativo, un’azione che Heraskevych stesso, prima della gara, aveva difeso pubblicamente sostenendo che il suo casco non violasse alcuna specifica norma del regolamento olimpico -1-6. La richiesta di giustizia sportiva si accompagna a un clima di forte tensione politica, amplificato dalle dure parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha accusato il Comitato Olimpico Internazionale di aver compiuto una scelta che di fatto “asseconda l’aggressore” -4. In un lungo e articolato intervento, Zelensky ha contrapposto la figura di Heraskevych, che con il suo casco ha voluto portare all'attenzione del mondo il sacrificio di 660 atleti e allenatori ucraini uccisi, alla presenza ai Giochi di tredici atleti russi, gareggianti sotto bandiera neutra ma che, a suo dire, nella vita sostengono pubblicamente l’aggressione; costoro, secondo il presidente, sarebbero i veri destinatari di una squalifica, e non certo la memoria delle vittime -4-7.
L'offerta del CIO e la "linea rossa" del campo di gara
Di fronte alla crescente ondata polemica, il CIO ha ribadito con fermezza i termini della propria decisione, cercando di spostare l’asse del dibattito dalla sostanza del messaggio alla sua forma e, soprattutto, al contesto in cui si intendeva esprimerlo. La linea difensiva dell'organismo presieduto da Kirsty Coventry si fonda sulla distinzione tra il diritto alla memoria e il divieto, sancito dalla Carta Olimpica, di introdurre dichiarazioni politiche nell’area di gara -1. Il portavoce Mark Adams ha sottolineato come la volontà del CIO fosse quella di vedere Heraskevych competere, prova ne siano i molteplici tentativi di dialogo e la proposta, giudicata di compromesso, di esibire il casco commemorativo nella mixed zone, l'area riservata alle interviste post-gara, piuttosto che durante la discesa -1-5. Una distinzione, quella tra il dentro e il fuori del campo di gioco, che per il CIO rappresenta una linea rossa invalicabile a tutela della neutralità dello spettacolo sportivo, ma che per i sostenitori dell'atleta ucraino appare come una capziosa distinzione fine a se stessa, incapace di cogliere la drammaticità del contesto da cui quel gesto trae origine. L'atleta, da parte sua, ha affidato ai social media il proprio stato d'animo, scrivendo che quello che ha dovuto affrontare è “il prezzo della nostra dignità” -1.




