Paolo Calabresi, il dolore si fa maschera: “Ai tempi della follia mi spacciavo per Nicolas Cage e John Turturro”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Domani sera, 4 maggio, su Sky Tg24 andrà in onda una nuova puntata di “Stories”, il format curato dal vicedirettore Omar Schillaci. Ospite della puntata – intitolata “50 sfumature di me” – è Paolo Calabresi, attore romano dal volto noto al grande pubblico soprattutto per l’interpretazione del mitico Biascica nella cult-series “Boris”. L’occasione è duplice: portare in scena lo spettacolo teatrale “Tutti gli uomini che non sono” (dal 6 al 17 maggio all’Ambra Jovinelli di Roma) e raccontare, a pochi giorni dall’uscita del film “L’amore sta bene su tutto” di Giampaolo Morelli, le radici profonde di quella che lui stesso definisce la sua “follia”.

«I miei genitori sono morti in dieci giorni, due anni dopo è iniziato tutto»

Nel corso dell’intervista, destinata a diventare virale per la cruda sincerità delle affermazioni, Calabresi ha ripercorso il triplice lutto che gli ha cambiato la vita. Nel 1997, a distanza di appena dieci giorni l’uno dall’altra, perse entrambi i genitori: il padre, colto da un infarto dopo aver saputo che per la moglie malata non c’era più nulla da fare, e la madre, spentasi poco dopo. A completare il quadro, solo tre mesi più tardi scomparve anche Giorgio Strehler, il maestro che lo aveva formato alla scuola del Piccolo di Milano e che gli aveva trasmesso la passione per la regia. «Avevo perso tutti i punti di riferimento – ha confessato – e con essi anche la gioia di fare il mio mestiere. Ho fatto finta di niente, zero lacrime. Ma due anni dopo il bubbone è esploso».

Nicolas Cage e il calcio: così il travestimento divenne terapia

Tutto ebbe inizio, paradossalmente, da una partita di calcio. Non avendo i soldi per acquistare un biglietto per San Siro, Calabresi pensò di spacciarsi per la star hollywoodiana Nicolas Cage. quella che doveva essere una semplice bravata si trasformò in un evento mediatico: il Milan, abboccando alla messinscena, annunciò la presenza del divo allo stadio. «Massimo Marianella mi inquadrò e tutti credettero che fossi davvero lui. Non mi cacciarono, anzi: mi ritrovai a fianco di Adriano Galliani, immortalato dalle tv». Quella sensazione di libertà, unita all’adrenalina di “essere un altro”, divenne per l’attore una valvola di sfogo irrinunciabile. «In una serata avevo ritrovato l’entusiasmo che credevo perduto – ha spiegato –. Quando non hai più nulla da perdere, puoi permetterti qualsiasi cosa».

Il decennio delle identità rubate: dal cardinale al principe di Monaco

Da lì, per dieci anni, Calabresi non si fermò più. La lista delle vittime illustri – o dei complici ignari – si allungò a dismisura. Si finse John Turturro ai David di Donatello (fu scoperto solo dall’occhio clinico di Martin Scorsese) e Marilyn Manson durante un galà pubblicitario, rischiando una causa milionaria con Mediaset. La performance più surreale, forse, fu quella del finto cardinale: presentatosi a un concerto di Gigi D’Alessio abbigliato come un alto prelato sudamericano, benedisse la folla con accento iberico, spiegando al cantante di essere lì per la sua “musica celestiale”. Un’altra impresa clamorosa lo vide nei panni del cerimoniere del Principato di Monaco; riuscì persino a far inchinare l’intera tribuna d’onore dell’Olimpico a un ragazzino prelevato da una scuola francese, spacciandolo per il vero principe Andrea. «Associavo situazioni reali a personaggi reali – ha raccontato –. Era la mia vendetta contro il dolore, ma non c’era cattiveria: mai ho svelato il trucco. Aspettavo che fossero gli altri a scoprirmi».

Roma, le radici e l’eredità di un coraggio ritrovato

Seppur nato in una famiglia di tradizione borghese e cattolica (suo nonno, Salvatore Rebecchini, fu sindaco della Capitale nel dopoguerra), Calabresi rivendica un amore viscerale per Roma che prescinde dalle istituzioni. Oggi lo sguardo è rivolto al presente: padre del calciatore Arturo, che ha avuto modo di sfidare la sua stessa fede giallorossa segnando un gol in Coppa Italia, l’attore non nasconde una certa emozione nel vedere quella stessa “follia” trasformarsi in arte sul palco. Lo spettacolo “Tutti gli uomini che non sono” – Titolo che ammette essere un involontario omaggio a Carrère – rappresenta la summa di quella stagione di travestimenti. «Spero che i miei figli dicano di aver avuto un padre coraggioso – ha concluso –. Il dolore non va rimosso, va attraversato. Magari travestiti da qualcun altro, ma sempre a testa alta».

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