Paolo Calabresi, il dolore per la perdita dei genitori e i clamorosi travestimenti: “Mi finsi Nicholas Cage a San Siro”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’attore romano, noto al grande pubblico per il ruolo dell’elettricista Biascica nella cult-comedy “Boris”, ha ripercorso le tappe più intime e grottesche della sua carriera in occasione delle interviste rilasciate per la promozione del film “L’amore sta bene su tutto” e dello spettacolo teatrale “Tutti gli uomini che non sono”, attualmente in scena. Emerge il ritratto di un artista poliedrico per il quale il trasformismo non è stato solo una cifra stilistica, ma una vera e propria ancora di salvezza emotiva. Calabresi ha infatti rivelato come i suoi celebri scherzi – tra cui l’indimenticabile ingresso a San Siro nei panni di Nicolas Cage – affondino le radici in un periodo di lutto devastante, durante il quale l’arte di “essere un altro” è diventata un rifugio indispensabile per ritrovare un’identità smarrita.

Il vuoto lasciato dai genitori e la nascita del “gioco”

Dietro la maschera comica si cela una ferita profonda, che Calabresi ha raccontato con lucidità agli inviati di “Stories” su Sky Tg24. L’attore ha spiegato di aver perso entrambi i genitori in appena dieci giorni: sua madre se n’è andata a causa di una malattia, mentre il padre – che godeva di ottima salute – la seguì poco dopo, stroncato da un infarto che lo stesso Calabresi interpreta come un gesto d’amore estremo, un “non voler sopravvivere” alla compagna di una vita. Privato in un sol colpo dei suoi pilastri affettivi e, poco dopo, anche del maestro Giorgio Strehler (una figura che per lui rappresentava una guida artistica fondamentale), l’attore confessa di aver smarrito la gioia del mestiere e, con essa, la percezione della propria stessa esistenza. Fu in quella deriva che i travestimenti cessarono di essere semplici goliardate per trasformarsi in una necessità: “Quando non hai nulla da perdere”, ha osservato, “puoi fare tutto”.

Da Nicolas Cage al “cardinale” a un concerto di Gigi D’Alessio

L’episodio forse più celebre di questa fase della sua vita risale al match Milan-Roma del gennaio 2000. Calabresi, sprovvisto del biglietto e privo dei mezzi economici per acquistarlo, ebbe l’intuizione di fingersi la star hollywoodiana per accreditarsi a San Siro. Quello che doveva essere un semplice bluff si trasformò in un caso mediatico quando la società rossonera, abboccando al pesce, diede per certo l’arrivo del divo, annunciandolo persino in televisione. L’attore, preso alla sprovvista dall’eco mediatico, decise di non tirarsi indietro: “Al massimo mi cacciano”, racconta, consapevole che la posta in gioco era ormai più alta della semplice partita.

La sua abilità nel mimetizzarsi, coltivata in anni di studi al Piccolo Teatro di Milano, non si limitò però al calcio. Calabresi ha enumerato una serie di “falsi” storici mai interrotti (se non smascherati sul momento). In un’occasione, si presentò a un concerto di Gigi D’Alessio vestito da cardinale sudamericano – scegliendo un prelato realmente esistente e persino in odore di conclave – e finì per benedire la folla dal palco. Un’altra volta, travestito da cerimoniere del principato di Monaco, portò con sé un finto Andrea Casiraghi (un ragazzino pescato in una scuola francese) a un derby della Capitale, riuscendo a far alzare in piedi l’intera tribuna d’onore dell’Olimpico.

La passione per la Roma e il gol del figlio Arturo

Ovviamente, non poteva mancare un filo conduttore che lega buona parte di queste performance al tifo per la Roma. In un’intervista concessa a RomaToday, Calabresi ha ribadito come l’amore per i giallorossi gli sia stato trasmesso dal padre, con il quale viveva il rito della partita come una messa laica domenicale. Un amore, quello per il calcio, che mette l’attore in una posizione paradossale quando in campo c’è suo figlio Arturo, difensore attualmente in forza al Pisa ma con un passato anche al Brescia e al Lecce. Interrogato sul momento in cui il figlio segnò una rete decisiva contro la Roma, Calabresi ha descritto con ironia un’impasse emotiva esilarante: mentre tutto lo stadio esultava, lui è rimasto congelato al proprio posto per quattro minuti, combattuto tra l’orgoglio paterno e la fedeltà sportiva, scherzando poi sul fatto che per superare il trauma abbia dovuto quasi intraprendere un percorso psicanalitico.

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