Paolo Calabresi e quel lutto diventato follia: «Dieci anni a fingersi Nicolas Cage e Cardinale per scappare dal dolore»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La morte non segue un copione, e forse è per questo che il teatro, nella sua capacità di ordinare il caos, diventa per certi artisti l’unico argine possibile. Paolo Calabresi, volto noto al pubblico per essere stato il memorabile Biascica nella cult-comedy “Boris”, si è seduto davanti al vicedirettore di Sky Tg24 Omar Schillaci per la nuova puntata di “Stories”, ciclo di interviste che andrà in onda domani alle 21 e che si concentra sui grandi protagonisti dello spettacolo. E lo ha fatto portando con sé una storia personale talmente cruda da rasentare, come lui stesso ammette, i confini di una “follia” iniziata due anni dopo una perdita insostenibile: quella dei genitori, scomparsi nell’arco di soli dieci giorni.

È accaduto nel 2022, quando pubblicò il libro autobiografico Tutti gli uomini che non sono, titolo che – Calabresi giura di aver scoperto solo a posteriori – scimmiottava inconsapevolmente il Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère. Oggi quelle pagine sono diventate uno spettacolo teatrale (scritto, diretto e interpretato da lui stesso) che, dopo il debutto il 21 febbraio 2026 al Teatro Comunale di Todi, approderà dal 6 al 17 maggio al romano Ambra Jovinelli. Nel frattempo, l’attore è atteso sul grande schermo con L’amore sta bene su tutto, pellicola diretta da Giampaolo Morelli.

«La mia famiglia romana e quel nonno sindaco»

Calabresi racconta il senso di appartenenza radicato nella Capitale – «Roma l’ho sempre vissuta con familiarità» – come un’eredità che attraversa la politica senza esaurirsi in essa. Proviene da una famiglia romana di tradizione borghese e cattolica: il nonno, Salvatore Rebecchini, fu sindaco di Roma per due mandati negli anni immediatamente successivi alla guerra. Di quell’uomo, Calabresi ricorda un amore sconfinato per la città, un sentimento che andava ben oltre la carica amministrativa e che è stato trasmesso di generazione in generazione. «Sento spesso dire che i romani veri sono scomparsi – afferma – ma non è vero». Un’affermazione che suona quasi come un atto di resistenza civile, prima ancora che artistica.

Dalla scuola con Strehler al travestimento quotidiano

Ma è nel passaggio successivo che l’intervista assume i contorni di un’inchiesta interiore. Calabresi riavvolge il nastro fino agli anni della formazione, citando la scuola con Giorgio Strehler, e poi il salto nel cinema. Tuttavia, il nodo centrale della sua confessione è un altro: esiste un confine sottilissimo tra l’arte della recitazione e la follia del trasformismo applicato alla vita vera. Dopo la morte dei genitori avvenuta in dieci giorni (un lutto che non specifica ulteriormente, ma che colloca temporalmente due anni prima dell’inizio della sua “deriva”), l’attore ha attraversato un decennio surreale. «Mi finsi Nicolas Cage per la Roma e Cardinale da Gigi D’Alessio», ha rivelato, senza celare la disperazione di chi «aveva perso tutto».

Non si tratta, badiamo bene, di semplici giochi di ruolo o di eccentricità da attore navigato. Calabresi descrive un bisogno quasi fisiologico di indossare panni altrui – travestimenti, finte identità, maschere indossate con una precisione ossessiva – per neutralizzare un dolore altrimenti insopportabile. Era un’epoca in cui la perdita dei genitori (due figure che non nomina ulteriormente) aveva spalancato un vuoto che la recitazione, paradossalmente, non riusciva più a colmare sul palco. Così la finzione è traboccata nella vita quotidiana, generando una spirale di identità fasulle che lui stesso, oggi, definisce senza reticenze come una forma di follia.

«Ero disperato, il travestimento come anestesia»

Lo spettacolo teatrale *Tutti gli uomini che non sono* diventa dunque il contenitore naturale di questa esperienza liminale. Non una semplice biografia scenica, quanto piuttosto una restituzione pubblica di dieci anni in cui l’attore ha abitato le vite di altri per non abitare la propria. Calabresi non fornisce un elenco minuzioso di ciascuna “trasformazione”, ma lascia intendere che il meccanismo fosse tanto compulsivo quanto terapeutico: fingere di essere Nicolas Cage, o un certo Cardinale in un contesto popolare come quello di Gigi D’Alessio, serviva a mettere una barriera tra sé e la propria storia. Omar Schillaci, dal canto suo, conduce l’intervista senza indulgere in psicologismi facili, limitandosi a registrare le parole di un uomo che ha trasformato la propria sofferenza in un atto scenico totalizzante.

Nessuna conclusione, nessun giudizio sull’efficacia catartica di quel decennio. Resta il fatto che, due anni dopo la doppia perdita, quella “follia” – così la chiama Calabresi – ebbe inizio. E che oggi, a distanza di tempo, l’attore la racconta in un teatro, davanti a un microfono di una testata giornalistica, senza la pretesa di offrire risposte ma con l’onestà di chi non vuole più indossare un altro volto per nascondersi.

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