Paolo Calabresi si racconta a “Stories”: dal gol del figlio contro la Roma alle maschere indossate per sopravvivere al dolore
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, in quella che è a tutti gli effetti una vita da attore ma anche da appassionato tifoso, in cui Paolo Calabresi si è trovato sospeso in un limbo emotivo difficilmente descrivibile. Il sipario su questo particolare aneddoto, che mescola la carriera del figlio Arturo – oggi calciatore professionista in forza al Pisa – con la fede viscerale per la Roma, si alzerà domani sera alle 21 su Sky Tg24 nel corso della nuova puntata di “Stories”. L’attore, intervistato dal vicedirettore Omar Schillaci, ha ripercorso le tappe di un legame totalizzante con i colori giallorossi: un amore nato quando il padre lo portava in curva sud, cresciuto nei distinti e poi sedimentato in tribuna Tevere. Tuttavia, quella che lui stesso definisce una passione capace di cambiare la vita ha subìto una scossa tellurica quando, indossando la maglia del Lecce, il figlio Arturo ha realizzato una rete proprio contro la squadra del cuore del padre. “Ero allo stadio con la famiglia – ha raccontato Calabresi – e quando ha segnato tutti si sono alzati esultando; io sono rimasto immobile”. Un silenzio surreale durato quattro minuti, durante i quali l’attore si è trovato diviso a metà tra la gioia per il talento del ragazzo e la “tragedia” sportiva che stava consumando sotto i suoi occhi.
L’attore delle mille identità e il peso di una perdita insostenibile
Dietro la comicità di “Boris” o le trasformazioni che lo hanno reso celebre – da Nicolas Cage a Marilyn Manson – si cela però una sofferenza antica, che rappresenta il vero motore di quella fase della vita definita "follia trasformista". Nel racconto rilasciato a Schillaci, Calabresi ha svelato la genesi oscura di quei travestimenti clamorosi, come quello che gli permise di entrare a San Siro fingendosi la star americana o la volta in cui si presentò da cardinale sudamericano a un concerto di Gigi D’Alessio. L’attore ha spiegato che quella stagione di “traumi", durata circa dieci anni, iniziò dopo la morte dei genitori – avvenuta a distanza di soli dieci giorni l’una dall’altra – e quella del suo mentore Giorgio Strehler. Era un periodo di profondo smarrimento, in cui il senso di identità era venuto meno; non avendo più nulla da perdere, Calabresi ha cercato rifugio nella finzione assoluta, trasformando il palcoscenico della vita reale in una performance continua. “Le ho portate avanti per circa dieci anni e ne sono trascorsi ventisei dall’inizio di questa follia”, ha dichiarato riferendosi alle sue incursioni pubbliche, un passato che ora rivive nello spettacolo che scrive, dirige e interpreta.
Il ritorno a teatro con “Tutti gli uomini che non sono” e il nuovo film
Proprio questo romanzo di formazione esistenziale, trasformato in monologo teatrale, rappresenta il filo conduttore dell’intervista e l’impegno principale dell’attore in questi giorni. “Tutti gli uomini che non sono” – questo il titolo dello spettacolo – è un lavoro autobiografico in cui Calabresi non si limita a recitare, ma mette a nudo i meccanismi di quelle trasformazioni, alternando la narrazione a filmati d’epoca che documentano le sue “vite parallele”. L’intervista di Sky Tg24 arriva a poche settimane dall’esordio sul grande schermo di “L’amore sta bene su tutto”, la commedia diretta da Giampaolo Morelli che vedrà Calabresi tra i protagonisti e che uscirà nei cinema il 6 maggio. Se da un lato il cinema rappresenta il mestiere codificato, il palcoscenico di “Tutti gli uomini che non sono” diventa il luogo della restituzione, dove l’attore prova a fare i conti con quelle maschere che, se da un lato lo salvarono dal vuoto, dall’altro rischiarono di divorarlo.
La passione per la Roma e quel gol che ha fermato il tempo
Tornando al tifo, che è forse l’unica delle sue “identità” rimasta intatta e non recitata, Calabresi ha confessato una consuetudine singolare ai suoi colleghi di palcoscenico. La squadra giallorossa, ha ammesso, lo segue anche mentre recita: durante le repliche di “Perfetti sconosciuti”, nascondeva il telefono dietro una bottiglia d’olio, accendendolo di nascosto per seguire i risultati della Roma e del Pisa, dove milita il figlio. “Qualche battuta me la sono dimenticata”, ha scherzato a proposito di questa doppia vita tra copione e campo. Tuttavia, il momento più toccante resta quello in cui l’amore paterno ha dovuto misurarsi con l’orgoglio sportivo. Il racconto di quel gol subìto dal figlio, infatti, restituisce l’immagine di un uomo comune più che di un attore: immobilizzato in poltrona mentre l’Olimpico intorno esplodeva, incapace di tradire la squadra della sua vita ma allo stesso tempo pieno di quella gioia segreta che solo un padre può provare.




