Keir Starmer si dimette da premier del Regno Unito, si apre la corsa alla successione laburista
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Keir Starmer ha annunciato le dimissioni da primo ministro del Regno Unito e da leader del Partito laburista. Il capo del governo, che aveva ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni generali del luglio 2024, ha comunicato la decisione con un discorso davanti al numero 10 di Downing Street, visibilmente commosso, dopo mesi di crescente pressione interna e un crollo verticale della popolarità personale.
La scelta, maturata nel corso del fine settimana nella residenza di campagna di Chequers, arriva a meno di due anni da quel trionfo elettorale che aveva riportato i laburisti al governo dopo quattordici anni di amministrazioni conservatrici.
L’annuncio e la transizione: i tempi per la successione
Nel suo intervento, Starmer ha dichiarato di aver informato il re Carlo III della decisione e ha chiesto al Comitato esecutivo nazionale del partito di definire il calendario per la scelta del nuovo leader. Le candidature potranno essere presentate a partire dal 9 luglio, con chiusura delle iscrizioni fissata per il 16 luglio, prima della pausa estiva del Parlamento.
Il premier uscente ha assicurato che resterà in carica fino alla completa definizione del processo, per garantire una transizione ordinata, e che il nuovo leader sarà comunque in carica prima della riapertura dei lavori di Westminster a settembre. La sua uscita di scena rende il Regno Unito destinato ad avere il settimo primo ministro dal 2016, un dato che sottolinea l'instabilità politica che caratterizza il paese.
Il crollo di popolarità e le ragioni della resa
La parabola discendente di Starmer è stata rapida e impietosa. Dopo aver conquistato Downing Street con una maggioranza di 412 seggi contro i 121 dei conservatori, la sua immagine è stata erosa da una serie di scandali e decisioni impopolari. La nomina di Peter Mandelson come ambasciatore a Washington, poi annullata per i legami dell'ex ministro con Jeffrey Epstein, e i tagli alle agevolazioni sociali per pensionati e disoccupati hanno minato la fiducia in un premier che non è mai riuscito a decollare nei sondaggi.
Secondo un sondaggio YouGov, la sua approvazione si è fermata al 18%, mentre il 55% degli intervistati riteneva dovesse dimettersi, secondo un’indagine Opinium. La sconfitta nelle elezioni locali e regionali di maggio, che hanno visto il Labour perdere migliaia di consiglieri a favore del Reform UK di Nigel Farage e cedere il controllo del Galles, ha rappresentato il colpo di grazia. Il premier, nel suo discorso, ha riconosciuto di aver ascoltato la risposta del suo partito sulla sua idoneità a guidarlo verso le prossime elezioni, accettando il verdetto con serenità.
Ha inoltre rivendicato il lavoro svolto per risanare un partito che aveva ereditato in condizioni "politicamente, finanziariamente e moralmente fallite", citando i progressi su economia, difesa e diritti dei lavoratori.
Andy Burnham, il "re del Nord" in pole position per la successione
Le dimissioni di Starmer spianano la strada ad Andy Burnham, l'ex sindaco della Grande Manchester ampiamente considerato il favorito per sostituirlo. Soprannominato "re del Nord" per il suo carisma e il legame con le regioni settentrionali dell'Inghilterra, Burnham ha vinto con un margine schiacciante l'elezione suppletiva di Makerfield lo scorso 18 giugno, un passaggio obbligato per poter tornare in Parlamento e candidarsi alla leadership. La sua affermazione, con il 54% dei voti contro il 35% del Reform UK, ha accelerato la crisi di Starmer.
Burnham ha già confermato la sua intenzione di candidarsi, raccogliendo il sostegno di Wes Streeting, che era considerato un possibile rivale ma che si è ritirato dalla corsa. Nonostante la popolarità e l'immagine di amministratore capace, Burnham, esponente dell'ala soft left del partito, dovrà fare i conti con le aspettative di un elettorato che chiede un cambiamento sostanziale; il New Statesman ha già notato che, sul piano delle idee, "avremo lo stesso governo con un accento diverso".




